La mattina, alzatomi abbastanza tardi, mi recai nella camera di Giovannino, dove mia moglie aveva vegliato tutta la notte. Giovannino si lamentava sommessamente, ma era rosso in viso, e aveva un po' di febbre.

Il medico esaminò la gamba, ch'era tutta gonfia intorno al ginocchio, e ordinò l'applicazione delle sanguisughe.

— C'è frattura? — io chiesi.

— Frattura, no...

— Quando non c'è frattura.... — diss'io gravemente.

— Oh! — rispose il dottore. — Ci son contusioni peggiori delle fratture.

— Che strambo gusto hanno i medici di metter le pulci nell'orecchio! — io pensai.

Ad ogni modo, finchè non ci si vedeva chiaro, non era possibile scrivere a mio suocero che venisse a prendersi l'Adele.

E Giovannino non migliorava punto. Era sempre gonfio, non poteva appoggiare la gamba in terra, non poteva muoversi senza provare uno spasimo. Avvezzo com'era a correre e a saltar tutto il giorno, doveva essere una gran pena pel povero piccino quello starsene duro stecchito nel letto o sul canapè. Pochi giorni avevano bastato a fargli perdere i suoi rosei colori, a infossargli le guancie, a illanguidire i suoi occhi vivi e lucenti. L'Adele non si moveva più dal suo fianco, faceva di tutto per tenerlo allegro, e ogni volta ch'io uscivo mi diceva: — Porta dei balocchi nuovi a Giovannino. — E lo diceva come la cosa più naturale del mondo, come se fosse proprio un obbligo per me di andar in persona nei negozi dei giuocatoli, e come se tra me e lei non si fosse ormai d'accordo di separarci. Dal canto mio che dovevo fare? Comperavo i balocchi a dispetto delle grasse risate de' miei amici. Altro che l'emancipazione! Questa malattia di Giovannino era pure un brutto contrattempo.

La cosa andava in lungo. Il medico curante desiderò un consulto, e chiamammo uno tra più distinti chirurghi del paese, il quale, dopo molti preamboli, concluse che s'era formato un tumore, che il bambino doveva aver tendenze linfatiche, che occorreva per lo meno una cura lunga, e altre allegrezze consimili.