La Gegia non era in grado di fare uno studio psicologico nè sugli altri, nè su sè stessa; ella capiva soltanto che in quei pochi mesi un mondo di pensieri nuovi, di nuove impressioni, di nuovi affetti s'era spalancato dinanzi alla Lotte, e che in quel mondo ella ci era entrata come una regina. Ormai a parlare con lei le sembrava di discorrere con una persona che fosse sulla punta di un campanile; tanto ci correva tra loro! La fortunata fanciulla (chè, grande e grossa com'era, non toccava ancora i quindici anni) aveva la coscienza della sua bellezza, della sua forza, e la lasciava trasparire con la baldanza dell'età sua. Bisognava veder la mattina, quando faceva la sua toilette, come si compiaceva a guardarsi nello specchio! Certa di non aver di fronte altri che la Gegia, ella spesso non si curava nemmeno di abbassar le tendine e terminava di vestirsi a finestre aperte. Eppur la Gegia la divorava cogli occhi come se fosse stata un giovinotto, ed ammirava quelle spalle che parevan tagliate nel marmo, e le curve del seno mal dissimulate dal candido lino, le braccia ignude fin sotto le ascelle e arrovesciate dietro la nuca ad annodare le diffuse treccie dei lunghi capelli. E sentiva in cuor suo come un misto d'invidia, di desideri ancora mal noti, di sfiducia desolata e profonda. Era ella pur nell'età in cui nella fanciulla si sveglia la donna, e acquistavano un senso per lei tante frasi udite, tante cose vedute, e il sangue le correva nelle vene più infiammato, più rapido. Adesso capiva davvero il cinguettìo delle coppie innamorate che ad ora tarda venivano a dirsi qualche paroletta furtiva sotto la sua finestra, e adesso intendeva ciò che significava l'esser novizze, come le si narrava or dell'una, or dell'altra delle ragazze, che, un po' più grandicelle, avevano, anni addietro, giuocato con lei. E, coricatasi, vegliava a lungo pensando, e si voltava e rivoltava nel suo letticciuolo; poi quando cedeva alla stanchezza e chiudeva gli occhi, i sogni si calavano in frotta sul suo capezzale. Era, in sogno, bella anche lei, bella come la Lotte, aveva anche lei il suo moroso, era fidanzata.... Poi si destava in sussulto, la fredda realtà le si parava dinanzi, e piangeva.

Una notte, nella quale non le riusciva di quietarsi, intese aprire adagio adagio le imposte della finestra dirimpetto. Tese l'orecchio e distinse la voce della Lotte, a cui una voce d'uomo rispondeva dal basso. Stettero forse cinque minuti a scambiarsi delle parole in tedesco; poi si udì lo scoccare di due baci, di due baci innocenti, intendiamoci, perchè l'uno scendeva da un primo piano alla strada, l'altro saliva dalla strada a un primo piano. Ma i baci mandati fanno più strepito dei baci dati e quel suono impedì alla Gegia di dormire anche il resto della notte. La mattina poi, quando la Lotte si affacciò alla finestra, ella le mise addosso certi occhi, che quella, contro il suo solito, divenne rossa, parve confusa, ed abbassò il viso.

La Gegia non potè a meno di lasciarsi scappar dal labbro. — Oh sia sicura che non dirò niente.

— Di che cosa? — rispose la Lotte facendosi di tutti i colori.

— Oh bella.... di questa notte.

— Che intendereste dire? — replicò la tedesca rizzando il capo in aria corrucciata ed altiera.

Alla Gegia vennero le lagrime agli occhi. — Scusi, — balbettò, — io non ci ho colpa.... non dormivo....

— Passate la notte alla finestra?

— No, no.... ma sentivo ugualmente... Del resto non potevo capir nulla.... Non capisco mica il tedesco, io.

— Ebbene! che male c'è? Era il cameriere di una mia amica che veniva a domandarmi se la sua padroncina aveva lasciato da me il suo ventaglio.