Non ci voleva un grande acume a capire che questa era una bugia, ma la Gegia non aggiunse parola. La Lotte chiuse la finestra dispettosamente, e non si fece più vedere per alcune ore. Ma sulle due ricomparve con cera rabbonita, si guardò intorno e chiese alla Gegia — C'è nessuno da te?

— Sì, c'è la zia — rispose l'altra cui non pareva vero d'essere interrogata amichevolmente.

— Che seccatura!

— Oh, la sta sempre in cucina e sente appena le cannonate.

— Ebbene, vengo, dopo tanto tempo, a darti una nuova lezione di fiori.

E queste ultime parole le pronunciò ad alta voce, come se desiderasse che fossero intese.

La Gegia aveva lasciato dormire da alcune settimane quei suoi lavorucci di carta, e teneva tutto chiuso in un cassetto del suo tavolino. Aveva bisogno di guadagnar quattrini e perciò doveva attendere a infilar perle e preparar qualche ninnolo di conterie, che il buon Menico vendeva per lei. Adesso tirò fuori dal tavolino la carta a colori, i modelli e gli arnesi che le erano stati regalati dalla Lotte, e stette in aspettazione della bella vicina.

— Buondì, Gegia — disse la Lotte entrando senza preamboli, e voltandosi con una certa compiacenza a raccoglier la coda della sua lunga vesta di percallo, che s'era impigliata nell'uscio. — Stamattina fui cattiva, ma che diamine? Se ti sentivano.... Basta.... À quelque chose malheur est bon.

— Le domando scusa di nuovo...

— Ci hai creduto alla storiella del cameriere?