— Punto.

Era quello ch'io desideravo. La signora Fanny, donna di assai garbo, ma punto bella, poteva essere ammessa in casa nostra. Clarina decideva così nella sua onnipotenza. E così avvenne. Siccome io lasciavo allora la scuola, la signora Fanny avrebbe continuato a darmi lezioni di lingua inglese e di musica. Quanto più io la conoscevo, tanto più la compagnia di lei m'era gradita e istruttiva, e perchè tu pure avevi agio di apprezzarla nei frequenti colloqui, una certa dimestichezza si andò formando tra voi. Oh! Quantunque siano passati ormai tanti mesi non dimenticherò mai una sera del penultimo autunno....

— Quale, Clarina?

— La signora Fanny veniva anche allora come viene adesso spessissimo a visitarci verso le otto. Quella sera faceva un tempo magnifico, spirava un'aria mite, il cielo era d'una limpidezza cristallina. Sedemmo tutti e tre sul terrazzo. Di discorso in discorso, tu fosti tratto a raccontare del tuo matrimonio e della tua felicità così presto svanita. Incuorata dalla tua espansione, la signora Fanny volle ricambiartene con uguale confidenza e ti narrò d'un suo unico amore finito miseramente. Ella era stata più infelice di te, perchè non aveva convissuto nemmeno un giorno con la persona diletta. Una palla a San Martino le aveva ucciso sul colpo il fidanzato: ella non aveva potuto nè chiudergli gli occhi, nè deporre un fiore sulla sua tomba. Era una storia semplice come la tua: nulla di singolare, nulla di fantastico; ma questi due dolori così schietti e sinceri che per un momento si mischiavano insieme nello sfogo delle confidenze reciproche avevano in sè una potenza ammaliatrice contro cui io non sapevo resistere. Mentre voi parlavate, io piangevo in un angolo del terrazzo. Tu ti alzasti pel primo e porgendo la mano alla signora Fanny le dicesti: — Abbiamo tutti e due delle memorie da custodire, una specie di fuoco sacro da alimentare: ciò forma fra noi un vincolo fraterno. — Ella non rispose nulla, ma strinse la mano che tu le offrivi, passandosi il fazzoletto sugli occhi. Poi si alzò anch'ella dalla sedia, venne presso di me e mi baciò in fronte. Io le gettai le braccia al collo abbandonandole il capo sulla spalla, e lasciai sgorgare le mie lagrime liberamente.... Tu eri rientrato nella stanza....

Oh come io mi sentivo meglio dopo quel vostro colloquio! S'era formato tra voi un legame che nulla turbava, che non feriva nessuna delle mie ricordanze, che non destava nessuno dei miei timori. Il cammino della mia vita, dal quale tu avevi con tanta sollecitudine sviato gli ostacoli e le amarezze, mi era reso ancora più facile: io avevo un altro braccio a cui appoggiarmi, un altro cuore in cui versare ciò che traboccava dal mio.... Egoista! Egoista! Sciocca ed egoista!

— Perchè ti accusi in tal guisa, Clarina? Ciò che ti rese tanto felice non esiste ancora? Non siamo sempre ottimi amici, la signora Fanny ed io? Non ti vuol ella il bene d'una volta? E che può farti pentire se tu cerchi in sì caste emozioni la tua felicità?

— La mia felicità? Ma sono io sola sulla terra, ma non ho obblighi che con me stessa, ma non ho da guardar che a me sola? E tu non ci sei per nulla nella mia vita?

— O che c'entro io in tutto ciò?

— Senti, babbo, bisogna proprio che tu non mi giudichi male da quel che ho fatto sinora... Adesso mi son ravveduta....

— Ma tu parli per indovinelli, Clarina.