— Mi spiegherò, purchè tu mi lasci discorrere tutto d'un fiato, purchè tu non m'interrompa, e non faccia nè ih, nè oh, nè esclamazioni di sorta alcuna.... Tu ti ricordi benissimo il caso stragrande che si fece da te e dall'Angelica della mia ultima malattiuccia.... Quanto a me ritengo che non ci fosse il menomo pericolo....
— Oh ce n'era, ce n'era — uscì a dir vivamente il signor Emilio, rannuvolandosi in viso, e stringendo a sè la ragazza come per tema di qualche novella insidia. — Non lo disse forse anche il medico?
— Bella ragione! Ma ciò poco monta. Fatto si è che pareva non dovessero esservi nè cure, nè riguardi sufficienti per me. E io te ne ringrazio, sai, e ne ringrazio anche l'Angelica la quale per una figliuola non avrebbe potuto fare di più. In quei giorni la signora Fanny veniva spessissimo a informarsi di me, a salutarmi, e vedendo quante brighe tu e l'Angelica vi davate per amor mio, e come vi negavate il sonno e il riposo, s'offerse a dividere in giusta misura con voi le fatiche e le veglie. O perchè ella cogliesse meglio nel segno, o perchè fosse di carattere meno apprensivo, fatto si è ch'ella era molto più tranquilla, e quindi poteva con minor dispendio di forze prestare opera efficacissima. Ella volle rimanere parecchie notti nella mia stanza, sempre fedele esecutrice delle prescrizioni del medico, sempre indovinando ogni mio desiderio. Quand'io la vedevo pender su me e rassettarmi le coperte, e bagnarmi le tempie infuocate dalla febbre e guardarmi con que' suoi occhi intelligenti e tranquilli, e calarsi giù giù sul mio capezzale fino a che qualche riccio dei suoi capelli biondi veniva a sfiorarmi la fronte, mi pareva come se la povera mamma vegliasse lei presso il mio letto.... Già la malattia aveva traversato quella che voi chiamate la crisi, e piegava verso una soluzione felice; nondimeno io mi sentivo immensamente debole: i miei giorni trascorrevano in lunghi sopori, i miei occhi s'aprivano a fatica, ond'io scorgevo, come attraverso un velo di nebbia, gli oggetti che mi passavano innanzi, e, pure avendo la coscienza di quanto mi avveniva d'intorno, non sapevo uscire dalla mia condizione d'inerte spettatrice....
Era una di quelle notti. La signora Fanny aveva a poco a poco lasciato cader la testa sulla sponda del mio letto: ella dormiva vicino a me: io sentivo il suo dolce respiro aleggiarmi tepidamente d'intorno, io sentiva la fragranza della sua morbida chioma diffusa. La lampada da notte posta sopra un tavolino in un angolo spargeva una luce tremula e fioca nella stanza, allungando talora con guizzi improvvisi l'ombra delle sedie, degli armadi e del letto. L'uscio si aperse. Eri tu, nè me ne meravigliai: quelle tue visite erano cosa solita. Ti approssimasti in punta di piedi, mi mettesti la mano sulla fronte; poscia, inchinandoti lieve lieve su me, mi baciasti a fior di labbra la bocca. La signora Fanny era sempre assopita. Tu rimanesti alcuni secondi immobile a contemplarci; poscia ti vidi abbassarti di nuovo e deporre rapidamente un bacio sopra i capelli di lei. — (Qui Clarina pose la mano sulla bocca del signor Emilio che voleva parlare). — Ti rizzasti con un moto subitaneo, sospettoso quasi, e uscisti dalla camera.... Quello ch'io provai non so dirtelo:... al primo istante fu maraviglia....
— E di che mai, Clarina? — interruppe il signor Emilio, allontanando la mano con la quale ella voleva chiudergli le parole in bocca. — Seppur quello che credi aver visto non è un parto della tua fantasia, che cosa vi sarebbe da stupire se io mi fossi lasciato vincere dall'emozione vedendo un'estranea far teco le veci di madre?
— No, babbo.... Il dì appresso, quando il medico ti disse che potevi smettere ogni apprensione, ti vidi nella tua contentezza baciar l'Angelica quantunque avesse attorno un grande odor di cipolla, e perfino la zia Lena quantunque fosse più brutta del consueto; ma era un altro modo di baciare....
— Orsù Clarina, tu fai discorsi inutili, e anche un poco sconvenienti per una ragazza.
— Ci vuol pazienza. Ho incominciato, e bisogna che dica tutto, e che tu ascolti tutto. Descrivere lo stato dell'animo mio in quella notte, dopo che tu uscisti della mia stanza, sarebbe impresa assai assurda. Dissi che il mio primo sentimento fu di maraviglia. È vero. La dimestichezza formatasi tra la signora Fanny e te non aveva mai passato quel limite oltre al quale comincia la galanteria. V'era nella vostra amicizia un non so che di contegnoso che pareva dire. — Fino a questo punto, sì; più in là, no. — Alla meraviglia (perchè dovrei negarlo?) successe un granellino di rancore verso la signora Fanny. La donna ch'io amavo senza sospetto, la donna alla quale io avevo parlato e contavo parlare tante volte ancora della mia mamma, s'intrometteva invece fra me e lei, distruggeva il mio bel sogno, diveniva una rivale di quella che io non avevo mai conosciuto, ma che avevo imparato da te ad amare con tutte le potenze dell'anima. Io sentivo sotto le palpebre chiuse gli occhi gonfiarmisi di lacrime, io sentivo affollarsi nella mia mente i rimproveri che avrei indirizzato alla signora Fanny, appena ne avessi avuto la forza. Ma in verità, questa forza l'avrei mai avuta? Non sarei stata disarmata dalla dolcezza e dalla serena mestizia del suo volto? Da quella fronte severa che il dolore aveva potuto solcare, ma che la vergogna non aveva mai fatto arrossire?
Nel mentre io m'abbandonavo a queste fantasie, ella si era svegliata, quasi vergognosa che il sonno l'avesse colta, e dopo d'essersi piegata su di me per veder s'io dormiva (e, tra per la mia debolezza, tra per gli affetti che si combattevano nell'animo mio, io fingevo davvero di dormire) guardò l'orologio, tolse la lampada da notte dal tavolino e schiudendo le invetriate la posò sul davanzale e la spense: indi, aperti alquanto i registri delle persiane, lasciò entrare nella stanza un po' d'aria e di luce. Appoggiata allo stipite della finestra, stette colà qualche minuto, immobile, ritta, pensosa, stringendo sul petto la veste discinta.... I primi chiarori dell'alba facevano risaltare di più il pallor naturale del suo viso, la brezza mattutina agitava lievemente i suoi biondi capelli che le scendevano giù pel collo in vago disordine. Nel fissarla attentamente, con un occhio a cui le inattese rivelazioni di quella notte accrescevano la virtù indagatrice, io m'accorsi che, se la signora Fanny non era bella, le traccie della bellezza v'erano ancor sul suo viso, ma sepolte, per dir così, sotto lo strato che vi avevano deposto i lunghi anni di patimenti. E non so s'io m'ingannassi, ma mi pareva che qualche lampo almeno di quell'avvenenza dovesse brillar nuovamente, solo che la gioia tornasse nell'anima alla poveretta. A che pensava ella in quell'istante? Forse a' bei sogni di fidanzata quando ella intrecciava la ghirlanda pel suo giorno di nozze? Forse al campo sanguinoso di san Martino ove il suo diletto cadeva per non rialzarsi mai più? O sospirava vedendosi omai al confine estremo di giovinezza, con le rose del volto sfiorite, con l'anima deserta d'affetti, e costretta a viver sempre d'una memoria? O sentiva un arcano bisogno d'amare, d'essere amata prima che il tempo inesorabile gliene contendesse perfino la speranza?.... Povera signora Fanny! Una lacrima le colava lentamente dal ciglio: ella si passò la mano sulla guancia per asciugarla, poi si tolse bruscamente alla sua fantasia, e tornò da me. Io feci le viste di svegliarmi allora, e pentita d'aver, fosse pure un istante, accolto nel mio cuore de' sentimenti ingenerosi verso di lei, feci uno sforzo supremo, e presa la mano ch'ella mi tendeva, la portai alle labbra coprendola d'ardentissimi baci.
— Calmati, calmati, Clarina mia, — mi diss'ella, — perchè agitarti così?