Questi due non lasciano dubbio alcuno sull'esser loro. Sono due sposi novelli. Lo si vede all'aspetto raggiante, al vestito accurato, all'abbandono soave con cui la giovinetta si appoggia al braccio del valido marito. Entrati che sono nello scompartimento essi rinnovano l'addio agli amici e ai congiunti. I loro volti ilari che si toccano quasi nel vano del finestrino fanno un singolare contrasto con le fisonomie malinconiche delle due signore abbrunate: il loro saluto alla lieta schiera che li ha accompagnati alla stazione è ben diverso da quello che le due donne avevano mandato prima alla casetta bianca perduta nella campagna; per la coppia felice l'avvenire è tutto gioia e speranza. Chi sa che vicende le riserbi la sorte?
Il treno s'è dileguato, ma ancora si vede fra gli alberi il suo pennacchio di fumo. È scomparso anche il viaggiatore dai calzoni color caffè e latte. Il guardiano della stazione (una piccola stazione intermedia) mi squadra con curiosità dalla testa ai piedi. Che cosa faccio? Che cosa penso? In verità non faccio nulla, non penso a nulla.... Ma, dopo tutto, in due ore di ferrovia, che avvicendarsi di persone, che contrasto di faceto e di serio, e per chi conosce la voluttà del sorriso e delle lagrime, che miniera inesauribile di sensazioni!
LA DEMOCRAZIA DELLA SIGNORA CHERUBINA
La signora Cherubina Spiccioli, moglie del signor Innocente Spiccioli, negoziante arricchito alla Borsa, aveva inaugurato da tre venerdì il suo nuovo salotto. Un amore di salotto con tappeto di felpa, tendine di seta, mobili con dorature ed intagli. Sulle cantoniere cento gingilli, sulla mensola un magnifico orologio a dondolo con puttini di bronzo che ne reggevano il disco, pendente dal soffitto una gran lumiera di cristallo; alle quattro pareti quattro nitidissimi specchi di Francia, in cui la signora Cherubina aveva la soddisfazione di vedersi riflessa quattro volte.
La signora Cherubina Spiccioli era anch'essa addobbata sfarzosamente come il salotto e si pavoneggiava sopra una sedia foderata di velluto, appoggiando i piedi sopra un piumino di lana a fiori. Aveva alla destra la signora Veronica Somariva, moglie di un pretore, e alla sinistra la signora Pasqua Orsolini, consorte di un farmacista, vestite entrambe abbastanza dimesse e atteggiate a un ossequio riverenziale che avrebbe dovuto lusingare la vanità della signora Cherubina.
Ma la signora Cherubina era in quel giorno di pessimo umore, perchè la contessa Basili che era la pigionale del primo piano, non le aveva ancora restituita la visita. E il pessimo umore della signora Cherubina si manifestava in escandescenze democratiche.
— Sì — ella gridava inferocita — bisogna finirla con questo sciocco pregiudizio della nobiltà. Chi sono queste schizzinose che non si degnano di stare con noi? Non sono anch'esse di carne e di ossa come noi altre? Vogliono imporci perchè si chiamano marchese, contesse, duchesse? O credono forse che non si sappia che c'è stato l'ottantanove?
— L'ottantanove — interruppe la signora Pasqua — è uscito anche nell'ultima estrazione.
— O signora Pasqua, che dice mai? — esclamò ridendo la signora Veronica ch'era un po' donna di lettere; — non si tratta di un numero del lotto, ma di un anno.
La signora Pasqua si fece rossa, ed estraendo il fazzoletto da un manicotto di pelo di gatto si soffiò romorosamente il naso.