Il suo nuovo marito si chiamava Mansueto e l'unico figlio ch'ella n'ebbe, si volle a tutti i costi battezzar per Pacifico. Dal nome in giù era una completa antitesi fra il suo primo e il suo secondo consorte, il suo primo e il suo secondo figliuolo. Il suo Ettore era bello, vivace, aitante della persona, il signor Mansueto era di fisonomia insulsa, piccolo, goffo. Paride prometteva di far onore al suo nome, era nelle fasce un vero angioletto; a due anni, quando soccombette a una malattia di poche ore, camminava già solo, parlava, aveva messo più denti; questo Pacifico invece non cresceva mai, non riusciva mai a reggersi sulle gambe, non imparava nemmeno a dir mamma e babbo, e benchè in complesso fosse sano, era sempre triste e piagnucoloso. Quindi la signora Paola era tratta irresistibilmente ai confronti, e quantunque facesse il possibile per amare il suo rispettabile consorte, e amasse con sincero affetto l'unico frutto di questo suo connubio, il suo pensiero correva al passato. E il passato diventava tanto più bello agli occhi di lei, quanto più larga tratta di tempo ne la divideva, e a poco a poco con le virtù della immaginazione ella se ne era fatta una specie di paradiso terrestre. Ma di questo paradiso, di questa età dell'oro della sua vita non le restavano altre reliquie che due ciocche di capelli ed un piccolo specchio. Due ciocche di capelli recise dalla testa del suo Ettore e di Paride suo nel giorno in cui erano morti, e lo specchio medesimo rotto tanti anni dopo dall'insolentissimo Gino.

La storia di quello specchio si chiude in poche parole.

Esso era una suppellettile di casa della Paolina e stava nella sua camera da letto. Se ne era fatta una festa quando glielo avevano regalato, ed era veramente, nella sua piccolezza, leggiadro e nitidissimo. Ma i pregi esteriori svaniti col tempo non eran quelli che glielo rendessero caro. Era piuttosto l'averlo avuto compagno per tanta parte della vita, l'esservisi vista riflessa in sì diverse condizioni ed età; era poi qualche episodio insignificante in sè, ma prezioso per lei. No certo, ella non dimenticherà mai quel giorno, il giorno delle prime sue nozze, in cui, seduta davanti al suo specchio favorito, ancora in vesta da mattina e mezzo discinta, coll'accappatoio sulle spalle, ella si lasciava acconciare i capelli dalla cameriera, mentre la madre e una vecchia zia la contemplavano estatiche da tutte le parti. Pallida, tremante, ma piena in cuore di una ebbrezza ineffabile e nuova, ella guardava nel suo cristallo come attraverso le lenti di un panorama. E vi vedeva prima di tutto sè stessa, in verità un bel visino, proprio una rosa bianca sbocciata appena e stillante rugiada dai petali; poi, curve sopra di lei in vari atteggiamenti e la cameriera, e la mamma, e la zia; quindi, in un piano posteriore, le suppellettili della sua camera in un certo disordine, il letto sfatto, il suo letto di fanciulla ove ella credeva di aver dormito per l'ultima volta, e le sedie, e l'armadio, e il sofà sul quale era distesa la sua candida vesta di sposa e la sua ghirlanda di fiori di cedro: finalmente, nel fondo, l'altro specchio men limpido ma assai più grande ch'era infisso alla parete e nella cui luce ella si sarebbe di lì a poco mirata tutta intera e in tutto lo splendore del suo abbigliamento nuziale. Ed ecco l'uscio dietro di lei socchiudersi pian piano, e dallo spiraglio far capolino prima un riccio di capelli, poi un naso, un occhio e la punta d'un baffo.

— Che cos'hai? — chiese la madre, la quale non aveva avvertito altro che il rossore improvviso diffusosi sul volto alla Paolina.

Ma la cameriera aveva visto ogni cosa nello specchio e sorrideva senza scomporsi.

La vecchia zia allora si voltò bruscamente e si accorse che qualcheduno aveva cacciato la testa attraverso l'uscio e che quel qualcheduno era nientemeno che il signor Ettore, il promesso sposo.

— Ah signor impertinente! — disse la venerabile matrona con una voce che somigliava al suono di una pentola fessa. — Non sa che non si può entrare?

Troppo tardi! Il nemico aveva sorpreso la posizione. Messosi al posto della cameriera, il signor Ettore s'era curvato sulla sua Paolina, e a lei che, stringendosi quanto più poteva l'accappatoio alle spalle seminude e mettendo un piccolo grido, s'era arrovesciata sulla spalliera della seggiola, aveva stampato un sonoro bacio sulla bocca.

Scossa allo spettacolo e forse rammentando chi sa che cosa, la vecchia zia aveva fiutato in gran furia due prese di tabacco, la cameriera sorrideva in un angolo, e la buona madre, mentre tentava di allontanare lo sposo e di raccomandargli la calma, non poteva trattenere le lagrime. Era un bel quadretto che lo specchio riproduceva con la sua scrupolosa fedeltà e di cui la Paolina non aveva certo agio, in quella voluttà e concitazione dell'animo, di coglier tutti i particolari, ma del quale ella aveva visto, come attraverso una nuvola d'oro, l'insieme.

E così quello specchio le divenne tanto caro che ella volle portarselo seco nella sua nuova dimora. E lo collocò come un fedele e discreto amico nel suo abbigliatoio in mezzo ad altri mobili più belli ed eleganti ma meno simpatici al suo cuore. Dinanzi ad esso ella continuò a pettinarsi, in esso vide riflessa la gioia serena de' suoi tempi felici, in esso vide la ingenua sorpresa del suo bambino quando gli si affacciava di là un'altra immagine infantile, ed egli sporgeva le labbra a baciarla. Mutati i tempi, vide nello specchio le nubi che oscurarono la sua fronte, e le lagrime che colarono dalle sue ciglia, e le rughe che solcarono le sue gote. Tutta la sua vita era passata, ombra fuggitiva, di là. Dalla casa maritale tornò alla casa paterna, da questa entrò sotto il tetto di un nuovo marito, e lo specchio la seguitò sempre come un quadro di famiglia. Ed era un quadro veramente, era tutta la sua galleria domestica, senonchè le figure v'erano evocate da uno sforzo d'immaginazione. Vive sempre nella sua fantasia, esse non pigliavano mai così esatti contorni come nella luce di quel breve e fragil cristallo.