In un istituto scolastico di una città del mondo gli studenti dell'ultimo corso erano occupati nella prova scritta dell'esame di letteratura. La cosidetta sorveglianza era affidata al signor Antonino Bottaro, vecchio professore di calligrafia, che stava per abbandonare la scuola ed andare in pensione. Sorveglianza alla prova scritta vuol dir questo. Un professore, che non è quello della materia su cui si fa l'esame, rimane nella stanza, ove gli esaminandi lavorano, e invigila affinchè essi non si copino i temi a vicenda, non consultino libri, non si passino carte, ecc. ecc. Naturalmente, finchè non si adotti per l'esame il sistema cellulare, tutta questa roba si fa lo stesso in barba al signor professore. Figuriamoci che cosa avviene, quando il sorvegliante è il professore Bottaro, vittima della scolaresca a due titoli; primo, perchè è il professore di calligrafia, secondo, perchè è un pan di zucchero. Nei trent'anni dacchè egli insegnava le leggi della scrittura posata, corsiva, rotonda e gotica con ispeciali applicazioni alla burocrazia ed al commercio, gliene erano toccate d'ogni maniera. Non passava giorno senza che un monello di scolare gli applicasse un codino di carta al bavero del vestito, o segnasse col gesso la sua caricatura sulla tavola nera. Una volta gli si erano messe due ova in cappello tanto da far nascere una frittata al suo coprirsi nell'uscir dalla scuola; un altro giorno si era spalmato di pece il cuscino della poltrona, ov'egli andava a sedersi per correggere gli elaborati. Non parliamo dei suoni infinitamente varii che rallegravano la sua lezione. Mentr'egli si chinava sul quaderno d'uno studente, dall'estremo opposto della panca sorgeva come un miagolio di gatta in amore; egli volgeva lo sguardo da quella parte, ed ecco venir dal fondo come un tubar di colomba o come un trillo acuto di gallo mattiniero: Chichirichì. Il professore rosso come un gambero correva allora verso la cattedra gridando: Or ora faccio una nota a tutti — ed ecco un silenzio sepolcrale seguito da un rumore che simulava il vento e che cominciava lieve, lieve per diventar poi gagliardo e impetuoso e perdersi via via in un gemito impercettibile, come la marcia turca di Beethoven.

Il signor Antonino faceva la nota a tutti, ma prima del termine della lezione la scancellava dopo essersi fatto promettere dai ragazzi che la lezione successiva sarebbero stati buoni come agnellini.

Nè da' suoi colleghi il signor Antonino riceveva segni di particolare deferenza. Sgarbi non gliene facevano sicuramente, ma in fin dei conti, al professor di calligrafia chi ci bada? Nelle conferenze, il Preside, il professore di matematica, il professore di belle lettere, il professore di fisica discorrevano tutti con grande prosopopea; anche il cancelliere voleva dire la sua opinione, ma il professore Antonino o poteva egli avere un'opinione? E quando si trattava di dar le classificazioni finali, se il signor Antonino si lagnava di qualche studente (ed era assai raro che se ne lagnasse) se diceva che il tale non aveva mai scritto una riga durante l'anno, gli altri scrollavano le spalle con impazienza, come a dire: seccatore! smetta! Terminato l'anno scolastico molti professori ricevevano visite dagli alunni, complimenti dai genitori, elogi dai preposti all'Istituto; e ora a questo, ora a quello pioveva dall'alto una croce, ma quanto a lui, al calligrafo, chi lo prendeva sul serio? Non era forse celebre la sua soprascritta a una lettera, che cominciava: All'pregiatissimo? Appena due o tre giovinetti di cuor più tenero degli altri, rammentandosi del grave travaglio che gli avevan dato durante l'anno, gli movevano incontro con viso tra compunto e faceto e dicevano: — Scusi, sa, signor professore, se non fummo sempre tranquilli come avremmo dovuto essere. Egli s'inteneriva subito e diceva: — Ohibò.... ohibò.... Loro... voialtri siete stati buoni..., lo so io quelli che erano i cattivi soggetti... basta... basta... adesso si va in vacanza... a far provvista di giudizio, non è vero... eh?

E dava loro un pizzicotto alla guancia.

L'anno nuovo poi ricominciava la medesima storia.

Eppure, il professore Antonino non sapeva viver lontano dalla sua scuola. Le vacanze erano per lui una penitenza. Tutta la sua famiglia si riduceva a una sorella nubile più vecchia di lui, sorda e bisbetica, che lo tormentava senza posa affinchè egli domandasse la sua pensione. — Ma — soggiungeva la signora Bettina, che non era un'aquila — ma devi volere la pensione intiera secondo il sistema vecchio, non la pensione di cinque sesti come danno adesso. Tu sei entrato col sistema vecchio e hai diritto di esser trattato con quello. Capisci, babbuino?

Che sua sorella gli desse del babbuino non era alla fin dei conti una cosa che facesse un gran senso al povero professore; tanto e tanto un po' babbuino egli sentiva di essere. Quello che non sapeva perdonare alla rispettabile donzella si era ch'ella tirasse giù a campane doppie contro la scolaresca. E questo livore non era nemmeno cagionato dagli sgarbi che usavano a suo fratello. No, c'era un altro motivo. Un giorno, essendo passata vicino al portone della scuola in un momento che gli studenti ne uscivano, la ragazzaglia, com'ella la chiamava, si era messa a gridare dietro a squarciagola: bella! bella! bella!

La signora Bettina non aveva mai perdonato alla scolaresca questo affronto, nè a suo fratello l'indifferenza con la quale egli ne aveva accolto l'annunzio. Ella che avrebbe voluto un'espulsione in massa! Ella che sarebbe andata in persona dal Preside, se non fosse stata la paura di scontrarsi nuovamente con quei cattivi soggetti!

— Già — brontolava la bisbetica donna — quando si ha la disgrazia di non aver uomini in casa ma pecore (ho detto pecore) non si può nemmeno arrischiarsi di uscire. C'è da far le meraviglie davvero se sono rimasta zitella? Chi viene da te? Ove mi conduci? Almeno se tu lascerai quella maledetta scuola, beninteso con la tua pensione intiera, potrai pensare un poco a tua sorella.

Il professore Antonino ci pativa a sentir questi discorsi, e l'idea di condurre a passeggio sua sorella gli metteva i brividi addosso. Egli non era elegante. Il suo cilindro con un dito di unto, il suo soprabito spelato rispondevano appieno alla sua posizione sociale di pubblico insegnante, ma in fin dei conti egli non aveva un cappello cremisi con piume verdi, nè due ricciolini neri fatti a forma di punto interrogativo ornavano le sue tempie. Dimodochè, anche nelle vacanze, egli trovava mille occupazioni immaginarie per esimersi quanto più spesso gli fosse possibile dall'ufficio di cavaliere servente di madamigella Bettina. Piuttosto, dando fondo a tutti i suoi risparmi egli si rassegnava a mandarla a sue spese dal 15 settembre al 15 ottobre d'ogni anno presso una famiglia di conoscenti che villeggiava a breve distanza dalla città. Ella ci andava un po' a malincuore, quasi facendo un atto di degnazione, perchè si trattava di gente inferiore a lei per educazione; figuratevi, eran le nipoti di un salumaio arricchito; a ogni modo ci andava in vista dell'aria che serviva a calmare i suoi nervi. Poveretta! Era stata sempre così sensitiva.