Egli parlò per più di un'ora esaminando da tutti i lati con molto acume e molta lucidezza la questione che mi aveva chiamato da lui.
Ci mettemmo pienamente d'accordo; dopodichè egli mi chiese licenza di rovistare alcune buste per cercarvi un documento che gli occorreva. — Or ora, se vorrai, usciremo insieme, — egli soggiunse. Lo disse in tuono così freddo che avrei avuto una gran voglia di piantarlo lì, ma in quel paese non conoscevo nessuno; che dovevo fare? Mi alzai da sedere, diedi un'occhiata a una piccola biblioteca che non conteneva nulla di peregrino; quindi mi affacciai alla finestra.
— Che bella vista! — dissi tanto per non restare in silenzio.
— È più bella dall'altra stanza, — osservò Federico che aveva trovato il documento e mi si era avvicinato. — Passa pure.
E, tenendo aperto un uscio, mi introdusse in una camera molto semplice ma molto pulita, dalle cui finestre lo sguardo abbracciava un'ampia distesa di colline e di ville.
— Tu dormi qui? — gli chiesi.
— Sì. È la mia camera da letto.
— Come dev'esser piacevole aprir gli occhi la mattina e vedersi davanti questo immenso orizzonte!
— Voi a Venezia non ci siete avvezzi. Però adesso c'è troppo sole, — egli continuò, — e bisogna abbassar le tendine.
Mentre Federico eseguiva questa operazione i miei occhi si fissarono a caso sopra un orologio a dondolo ch'era collocato su un canterale e che segnava le sei e quindici minuti.