— Oh, — diss'io, — quell'orologio è matto.

— È fermo, — egli rispose in furia come se le parole gli bruciassero la lingua.

Era un orologio di forma antica il cui disco cilindrico poggiava su due colonnine d'alabastro coi piedestalli e i capitelli di bronzo. Sulla mostra di maiolica erano incisi il nome della fabbrica e l'anno di fabbricazione — 1822.

— È un oggetto da museo, — ripresi ridendo, e mi chinai per vederne più da presso il meccanismo. Non so se facessi atto di prendere fra le dita il capo di un cordoncino che pendeva fra le colonne. So che Federico mi afferrò il braccio e mi gridò:

— Non lo toccare! — con tale un accento ch'io mi voltai in sussulto, temendo quasi di aver dato fuoco a una miccia.

— In nome del cielo, che cosa c'è? — esclamai sbigottito.

— Perdonami, — rispose il Vivaldi con voce più calma e tentando di comporre le labbra a un sorriso. — Avevo paura che tu movessi le lancette di quell'orologio.

E mentr'egli pronunziava queste parole, i suoi occhi s'inondarono di lagrime.

Lo guardai commosso ma senza osare d'interrogarlo, giacchè egli non mi sembrava disposto alle confidenze.

Ci fu un buon minuto di silenzio, e mi parve un secolo.