Alla fine Federico incrociò le braccia e si appoggiò alla spalliera di una seggiola volgendosi verso di me.
— Ti ricordi, — egli mi disse, — di venti anni fa quando passammo la domenica e il lunedì della Pentecoste in villa di Fausto Rioni, presso Sacile?
— Sicuro che me ne ricordo, — replicai non intendendo bene ove egli volesse mirare. — Fausto Rioni che adesso è deputato.... Ho perso di vista anche lui.
— E quella nostra salita sul ciliegio, te ne rammenti?
— Aspetta che mi raccapezzi.... ah sì.... sì.
— Era il dopopranzo della domenica. Noi due ci si era rampicati lì in alto e intanto una mezza dozzina di fanciulle stavano a' piedi dell'albero, e gridavano. — Coraggio dunque! Fate le cose a modo. — E noi spiccavamo le ciliegie fin dove si poteva arrivare con le mani, e poi scrollavamo i rami con quanto fiato ci restava in corpo. Era una pioggia di frutti, che le bimbe raccoglievano o nelle falde del vestito o nel grembialino spiegato.... Di quelle bimbe tre erano le sorelle di Fausto, tre erano loro amiche.... La maggiore poteva contare dieci anni.... Era una fanciulla alta, bionda, con due lunghe treccie che le cadevano giù per le spalle.... con due grandi occhi azzurri, pieni di dolcezza e d'ingenuità....
— Oh adesso che ci penso, — esclamai, — l'ho presente anch'io.... Lascia ch'io compia la tua descrizione.... Le sue treccie bionde erano annodate da due fettuccie di seta blu....
— È vero....
— Vestiva un abitino di percallo bianco con fioretti rossi....
— Sì, sì.