— Ma che c'entra in tutto ciò l'orologio, tu mi chiederai? — egli ripigliò dopo una brevissima pausa.

Federico aveva colto il mio pensiero. Io stavo infatti tormentandomi il cervello per iscoprire la relazione fra la morte della Virginia e l'incidente che aveva commosso in modo sì strano l'amico mio.

— Quando la Virginia infermò, — egli disse, — erano sei mesi ch'io l'avevo sposata.... sei mesi di una felicità senza nube.... Da che male ella fosse presa, non lo so; non lo seppero i medici, non lo seppe nessuno.... Ella non soffriva.... moriva a oncia a oncia. Ma non lo credevamo nè lei, nè io, e facevamo di gran disegni per l'avvenire.... Appena ella fosse guarita, avremmo piantato nuove aiuole di fiori nel nostro giardinetto, avremmo rimesso a nuovo, secondo le nostre modeste fortune, una parte della casa. — Per esempio, — ella osservò un giorno ridendo e additando quello che tu chiamavi giustamente un oggetto da museo, — per esempio sarebbe assai bene poter cambiare quell'orologio antidiluviano. — Io le promisi che avremmo fatto apposta una gita insieme a Venezia per comperare una cosa di suo gusto. Ne fu tanto contenta, la poveretta.

Eravamo noi due soli. I suoi genitori erano morti, ero orfano anch'io. Del resto, io non volevo cedere a nessuno il privilegio di vegliare mia moglie. Quante notti sedetti, senza chiuder occhio, al suo letto! Ella si assopiva, poi si destava, mi diceva una parola affettuosa e tornava a cedere al sonno. Per ore ed ore non si sentiva nella camera che suo il respiro e il tic-tac dell'orologio. Quanto a me, se non fosse assurdo, direi che non respiravo neppure, tanto la mia vita era confusa con quella dell'amata creatura che mi languiva davanti.

Una notte che la vedevo più inquieta del solito, le domandai: — Ti reca disturbo il battito dell'orologio?

— Oh no, — rispos'ella, — tutt'altro.

Era un orologio che si caricava ogni otto giorni. Finchè la Virginia era sana, ci pensava lei; durante la sua malattia ero succeduto io nell'ufficio. Ma i patimenti del corpo e le angustie dell'animo mi avevano tolto il giusto concetto del tempo e avevano scompigliato la mia memoria; una settimana caricai l'orologio per due giorni di fila, un'altra me ne scordai affatto. Il 29 marzo del 66 era il giovedì santo. Mi dimenticherò di tutto, non mi dimenticherò mai di quel giorno. Nella mattina la Virginia aveva discorso della Pasqua precedente quando noi ci preparavamo alle nozze, così lieti da non dover invidiare i più gran re della terra. — Saremo felici anche l'anno venturo, non è vero? — ella soggiunse, e per la prima volta mi parve di avvertire nella sua voce un leggero accento dubitativo che mi mise i brividi. Il medico, dopo la sua visita, tentennò il capo, ma non accennò a nessun pericolo imminente. Sulle quattro del pomeriggio la Virginia mi pregò che le sciogliessi i capelli; i legacci le davano molestia. Obbedii, e le sue belle treccie bionde le scesero giù per le spalle. — E pensare che bisognerà tagliarle se guarirò. — Ella vide l'espressione desolata del mio volto e corresse la frase — quando guarirò. — Indi mi disse: — Apri un momento la finestra. È ormai la primavera. — Io mi movevo come un automa senza profferire una parola. — Oh come è bello! — ella esclamò contemplando dal suo letto parte di quell'orizzonte che tu ammiravi poco fa. — Basta, adesso.... Puoi chiudere. — Ella abbassò le palpebre e cadde in un sopore. Le sedetti vicino prendendole una mano che penzolava fuor delle coperte. Il suo alito era lieve lieve; nel suo volto c'era una pace di paradiso. Avrei voluto chiamar qualcheduno, ma mi sentivo come inchiodato sopra la sedia. Andava facendosi buio; la luce che penetrava nella camera attraverso le stecche delle persiane diveniva sempre più debole, l'orologio misurava gli eterni minuti col suo uniforme tic-tac tic-tac.

Ad un tratto il tic-tac cessò.

— L'orologio s'è fermato, — disse la Virginia con voce quasi impercettibile.

Nello stesso tempo ella mise un sospiro, e la sua mano, prima si agitò con un tremito, poi si irrigidì nella mia....