— Diamine, s'intende. Ma, quando sarà?
— Il giorno preciso non è ancora stabilito. Bisogna prima che entrino le truppe.
— E queste entreranno?...
— Il 19 del mese. — S'era già in ottobre.
— Che spettacolo sarà anche quello! — esclamò la Gegia.
C'era un tal fondo di mestizia nella sua voce, che la Pina ne fu commossa, e soggiunse:
— Poverina! Che peccato che tu non possa veder nulla! — Indi battendosi il fronte con la palma, continuò: — A proposito; dicono che lasceranno andar la gente nell'entrata del palazzo di fronte che guarda sul Canal grande. Sapete, Filippo, che bella cosa dovreste fare? Un po' prima di andare in gondola coi padroni, venir qui, trasportar la Gegia abbasso, trovarle un buon posto, e poi, più tardi, passare a prenderla e riportarla su.
Mentr'ella parlava, la Gegia la guardava prima con maraviglia, poi con commozione e con riconoscenza. Dopo tanti anni avrebbe potuto davvero uscire dal suo tugurio, risalutare il sole, riveder l'azzurro del cielo? Avrebbe potuto mescolarsi alla gioia degli altri, vivere un giorno nel mondo, ella, la sepolta viva? Ma quando i suoi occhi s'incontrarono in quelli del padre, ella capì che aveva sognato.
— Ma, Pina, che idee vi saltano in capo? — proruppe Filippo con aria infastidita. — Come volete che la Gegia, nello stato in cui si trova, vada in mezzo a quella calca? Sono momenti in cui rischiano di rompersi le gambe anche i sani, e lasceremo schiacciar lei ch'è malata?... Un bel servizio che fareste alla vostra amica!... Quanto a me poi avrò proprio tempo di portare in collo la gente....
La Pina stava per replicare, ma l'altra le accennò che tacesse.