— No, zia, non ho detto che non mi piace, ho detto che non ho fame.
— Pollame? Oh sì, proprio.
La zia Marianna era più sorda del solito e la Gegia dovette rinunziare a farsi intendere.
Nella sera venne per pochi istanti anche il barcaiuolo Filippo, le cui visite si facevano sempre meno frequenti. Quando s'accorse dell'umor nero della Gegia, invece di confortarla, corrugò la fronte, prese da un cassetto due o tre oggetti che gli occorrevano e se ne andò brontolando: — C'è un bel gusto a venire a casa. Una è sorda come una campana e quell'altra ha sempre la cera scura e contrita.... Vorrei sapere che cosa le manca....
Povera Gegia! Che cosa le manca? L'aria, la luce, il movimento, la vita, tutto.
La ragazza passò una notte angustiatissima. Ella non poteva scacciare il pensiero di Carletto. Se fosse malato assai? Era così pallido! E faceva una vita!
Ma il sentimento di lei non era che un sentimento di pietà o vi si mesceva un altro più soave, più dolce, un altro di cui ella non osava render conto a sè stessa? Sarebbe possibile ch'ella, la povera rattratta, si cullasse in vaghe fantasie d'amore? E a che pro, infelice ch'ell'era? Chi avrebbe chiesto un sorriso dalle sue labbra, una stretta dalle sue braccia?
La Gegia lo sapeva anche troppo, ma nondimeno appena alzata ella non istette dieci secondi senza volger gli occhi verso la finestra di faccia, e quando vide comparire Carletto non potè a meno di farsi rossa, di lasciar cader l'ago e le perle e di batter festosamente le mani gridando: — Oh! è qua, signor Carletto.
— Buon giorno, signora Gegia.
— Fu malato!