— Morto? — gridò la Gegia. — Morto?
— Pur troppo. Stamattina alle 9.
— Oh Dio!
— È morto come un santo...
— Ma non istava meglio?
— Era spedito dal medico da un pezzo, ma son di quei mali!... Ancora ieri s'è provato ad alzarsi.... Iersera poi si sentiva più debole e ha voluto confessarsi e comunicarsi.. Io che sono il sacrestano della parrocchia avevo seguito il prete, e quando Carletto s'accorse ch'ero là, mi disse: — Girolamo, più tardi, di qui ad un'ora, passate da me. — Così ho fatto... Il poverino stentava a respirare, ma appena mi vide mostrò una gran consolazione e mi disse: — Girolamo, dovete farmi un piacere. — Mille, viscere mie, io gli risposi. — Figuriamoci, l'ho visto nascere, e suo padre ed io eravamo come due fratelli. — Ebbene — egli ripigliò dopo aver preso fiato — di facciata al portone dell'avvocato Galeni ci sta una povera tosa di nome Gegia, ch'io vedevo ogni giorno dalla finestra dello studio e che ha sempre mostrato molta premura per me. Quando sarò morto, e ormai sento che non passerò la giornata di domani, portatele quel vaso d'erbarosa ch'è lì sul balcone e che siete andato a riprendere poche settimane or sono... povero Girolamo, tant'era che non vi facessi fare che un viaggio solo... portateglielo per memoria mia, e salutatela tanto, e ditele ch'io pregherò il Signore e la Madonna perchè la facciano guarire delle sue infermità... e che si ricordi qualche volta di me...
— Oh me ne ricorderò sempre, sempre — proruppe la Gegia in mezzo ai singhiozzi.
L'altro intanto aveva deposto sopra una sedia la pianta d'erbarosa e si soffiava romorosamente il naso con un fazzoletto blù.
— Si dia pace... non faccia disperazioni... Tanto ha finito di patire... Se avesse visto com'era ridotto...
— Povero giovine! Povero giovine! Così buono!