— Amici. Non istà qui una signora Gegia?

— Sì — ella rispose e tirò il cordone.

Entrò un ometto di bassa statura con un pastrano che gocciolava da tutte le parti e sotto il quale pareva ch'egli nascondesse qualche cosa. La fisonomia non era nuova alla Gegia, ed ella che vedeva così poca gente, non tardò a riconoscerlo per la persona a cui la serva dell'avvocato Galeni aveva consegnato il vaso d'erbarosa. Egli veniva senza dubbio da parte di Carletto, ed è facile immaginarsi come battesse in quel momento il cuore della povera paralitica.

— Ah! Ho avuto il piacere di vederla un'altra volta — soggiunse il nuovo arrivato, levandosi il berretto e scuotendolo in modo da spruzzar d'acqua i mattoni del pavimento. — Sant'Antonio Abate! Che brutto tempo... Basta; ho un incarico poco allegro per questa signora Gegia... È lei, non è vero?

— Sono io!... Che c'è mai?

— Un incarico di Carletto.

— Di Carletto! — esclamò la ragazza impallidendo. — E come sta?

— Eh, sta meglio di noi adesso.

— Ma si spieghi... per carità... non mi faccia credere...

— Cara la mia tosa, ci vuol pazienza... Il Signore lo ha chiamato a sè.