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È forse morta di disperazione la signora Evelina?
Oh no. La signora Evelina ha un ottimo temperamento e una buonissima casa. L'ottimo temperamento le impedisce di prender le cose troppo sul serio, la buonissima casa le offre mille distrazioni. Non tutte le sue finestre si aprono dalla parte ove abita il signor Odoardo. Ce n'è una, per esempio, che dà su un giardinetto appartenente ad un rispettabile celibatario il quale nei giorni di sole viene a fumarvi la sua pipa. La signora Evelina trova che il rispettabile celibatario è una persona a modo, e il rispettabile celibatario, che esercita le funzioni di liquidatore di avarie, trova che la signora Evelina ha un gran bel paio d'occhi ed è assai ben costruita, con materiali solidi, da poter meritare la classificazione 313 I. I. nei registri del Bureau Veritas. Ne viene che il celibatario guarda qualche volta in alto e la signora Evelina guarda qualche volta abbasso. Però la signora Evelina osserva che la stagione non è propizia alle conversazioni all'aria aperta, e invita il vicino a venirle a fare una visita. Il vicino esita, la signora Evelina rinnova l'invito. Come resistere a una bella signora? In fin dei conti una visita che conseguenze può avere? Nessuna, e l'ottimo liquidatore si loda assai dell'accoglienza ricevuta, tanto più che la signora Evelina gli ha dato facoltà di venire un altro giorno con la sua pipa. Ella ama infinitamente l'odor della pipa. È proprio una donna perfetta la signora Evelina, una donna quale ci vorrebbe per un uomo d'affari che non fosse deciso a rimaner celibe tutta la vita. Del resto, pensa il liquidatore, è verissimo ch'egli è deciso a rimaner celibe, ma chi gl'impedisce di cambiare d'opinione?
Fatto si è che quando il signor Odoardo ritorna con la Doretta dal suo viaggio di tre mesi, egli riceve la comunicazione del prossimo matrimonio della signora Evelina Chiocci, vedova Rombaldi, col signor Archimede Fagiuolo, liquidatore di avarie.
— Fagiuolo! — esclama la Doretta. — Fagiuolo!
E questo nome le desta un'ilarità sconfinata. Ma se badate a me, ciò che la mette in buon umore non è tanto il marito, quanto il matrimonio della signora Evelina.
UN RAGGIO DI SOLE
L'ultimo lembo dello strascico d'un vestito di seta spariva dietro l'uscio del salotto di casa Mellari. Una signora innanzi negli anni, ma con la fisonomia piena di vivacità giovanile, seguiva il dileguarsi di quello strascico con uno sguardo lungo, tenero, appassionato; uno sguardo quale non hanno se non le madri per le loro figliuole e le avole per le loro nipoti. Ed era appunto una nipote della padrona di casa colei che aveva lasciato in quel momento la stanza.
La signora Anna, moglie del professore commendatore Everardo Mellari, sola in un angolo della camera, sedeva ad un tavolino su cui stavano alcuni libri legati, un servizio da te, un astuccio da lavoro e un moderatore di porcellana acceso; perchè, se non lo abbiamo ancora detto, lo diciamo adesso: erano le dieci di sera. Intorno a una tavola molto più grande collocata proprio nel mezzo dell'ampio salotto, rischiarato da una lucerna appesa al palco, e tutta sparsa di opuscoli e di giornali, discutevano di economia e di giurisprudenza sei uomini, con certe inflessioni nasali e una maestosa solennità degna di chi è socio di almeno cinque Accademie. Le sentenze si succedevano a regolari intervalli come le cento e una salve d'artiglieria alla nascita d'un principino. Vuole però giustizia che si facciano in questo gruppo le debite distinzioni. Delle sei persone ivi raccolte quattro avevano aspetto fossile, e il più fossile di tutti era un giovine non ancora trentenne, uno di quei gingillini della scienza che camminano servilmente sulle orme altrui, e si credono dotti quando hanno letto una memoria papaverica dinanzi a un'assemblea sonnacchiosa. A costoro par grave di non avere che venti a trent'anni, e simulano i modi e la posatezza dell'età matura, gonfi, pettoruti, noiosissimi. Sul loro labbro non v'è sorriso, nei loro occhi non v'è luce, nella loro parola non v'è affetto, mummie prima di nascere.
Il professore commendatore Everardo Mellari, che al momento della nostra narrazione passava i sessanta, aveva avuto anch'egli il gran torto di non prendere la vita che da un lato solo, dal lato cioè dello studio e della meditazione, trascurando quella verità detta senza reticenze dal Giusti: