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Alla stazione ci sono pochissimi viaggiatori avviluppati nei mantelli o nelle pelliccie; faccie scure, assonnate. Tutti si lagnano del tempo, del freddo, dell'ora; tutti protestano che senza un gran bisogno non si sarebbero alzati così di buon mattino. Un solo viso è ridente, una sola persona è vispa, la Doretta.

Lo scompartimento di prima classe in cui entrano il signor Odoardo e la Doretta è gelato, malgrado delle cassette d'acqua calda su cui posare i piedi, ma la Doretta trova che la temperatura è deliziosa, e se stesse in lei aprirebbe il finestrino per veder meglio fuori.

Una scampanellata, un fischio, e il convoglio si muove. Negli occhi della Doretta si dipinge una gioia ineffabile.

— Sei contenta, Doretta?

— Oh! Tanto....

Dieci anni addietro, con una giornata migliore, ma parimenti d'inverno, il signor Odoardo intraprendeva il suo viaggio di nozze. Gli sedeva di fronte una giovine, che somigliava alla Doretta quanto una donna può somigliare ad una fanciulla, una giovine leggiadra, composta, soavemente amorosa. Anche a lei il signor Odoardo aveva chiesto nell'istante della partenza. — Sei contenta, Maria?

— E anch'ella gli aveva risposto. — Oh! Tanto....

— Proprio come la Doretta.

Si corre, si vola. Addio, addio per sempre, signora Evelina.