— Dovete dunque sapere — principiò il signor Maurizio con un tuono scherzoso che temperava la asprezza apparente delle parole — dovete dunque sapere, mia cara amica, che io ho inteso gran parte del vostro colloquio con vostra nipote, e che fra voi e lei avete detto delle solenni corbellerie.
— O sentiamole un po' queste solenni corbellerie.
— Non mi negherete che la Evelina vi dicesse male di suo marito.
— Male poi no... Faceva alcune rimostranze.
— Or bene: quanto a me che del matrimonio...
— Risparmiatemi le vostre teorie. Già lo si sa che voi l'avete a morte col matrimonio.
— Falsissimo. Io la credo una ottima istituzione a benefizio dei celibi. Che cosa farebbero i celibi se non fossero gli ammogliati?
— Eh vergognatevi di questo cinismo.
— Sono meno cinico di quel che credete, amica mia, e mi sarebbe facile il provarlo. Ma ora ripiglio il filo del discorso. Quanto a me dunque che sono un celibatario ostinato ed impenitente, non ho nulla a ridire se una moglie si lagna di suo marito. Ciò sta nell'ordine naturale delle cose. Ma io mi metto dal punto di vista vostro, di una donna cioè che ha un culto per l'istituzione del matrimonio, e non posso a meno di strabiliare vedendo come voi lasciate tener quei discorsi a vostra nipote, e abbiate anzi tutta l'aria di secondarla.
— Oh se non avevate che a farmi questo sermone, mio venerabile signor censore, potevate davvero risparmiarvi la briga. In primo luogo, io non ho secondato niente affattissimo; e poi gli è appunto perchè ritengo che il matrimonio e la famiglia siano cose sacrosante che m'irrito quando ne vedo fraintesi gli obblighi dall'una parte o dall'altra.