«Il mio amico che abbiamo detto di chiamar Ugo non abitava la medesima città, ma veniva di tratto in tratto a visitare il suo compagno di studî, ed era accolto festosissimamente anche dalla Giulietta che vedeva una volta tanto una faccia aperta e gioviale. In quelle sue visite che non solevano durar più di tre o quattro giorni egli alloggiava sotto il tetto di Alberto, portandovi un soffio di vita, un'eco del mondo esterno a cui quella casa pareva chiusa del tutto. Ugo era elegante, frequentava i teatri, le società, e quindi non gli mancavano mai argomenti da discorrere. Figuratevi! Erano quelli i tempi della Pasta a della Malibran, della Norma e dell'Otello. La Giulietta, che amava tanto la musica, non aveva mai potuto persuader suo marito ad uscir per una settimana da quella loro misera cittadina di provincia e condurla a vedere gli spettacoli della capitale. Onde, quando Ugo gliene parlava, ella sentiva venirsi l'acquolina in bocca, e pendeva de' suoi labbri con una curiosità piena di emozione. Non c'è da maravigliarsi di questa parola. A que' tempi in Italia i trionfi musicali destavano un vero entusiasmo. Lo dissi già prima; non c'erano che due cose da fare: o cospirare, o divertirsi; o andare in carcere, o andare a teatro.... semprechè non si preferisse di andare in entrambi i luoghi. Alberto chiamava frivolezze questi discorsi, ma, in ogni modo, poichè egli aveva ottimo cuore, riceveva l'amico suo a braccia aperte, e quando questi gli diceva a tu per tu ch'egli aveva torto a trascurare sua moglie, giovine, bella, adorna di tutte le virtù, gli dava un mondo di ragioni, scusandosi soltanto col pretesto delle sue mille faccende e della serietà de' suoi studi. Comunque sia, la presenza d'Ugo, ch'era forse uomo un po' leggiero, ma certo vivacissimo e pronto d'ingegno, era una vera provvidenza per quella casa. Per la Giulietta, egli non provava che una viva amicizia, e poi la sincera e devota affezione che lo legava ad Alberto avrebbe soffocato nell'animo di lui ogni altro sentimento. Quanto maggiore la sicurezza tanto maggiore la confidenza: confidenza fraterna, e quasi infantile.... Io non capisco, la mia cara amica, perchè andiate agitandovi sulla sedia, mentre non mi sembra di dir cosa che sia o possa parervi sconvenevole punto. Perciò vi supplico che ve ne stiate buona e tranquilla, poichè la mia eloquenza, per mantenersi, vuole il raccoglimento dell'uditorio.

— Siete un grande originale — rispose la signora Anna, sorridendo fuggevolmente. — E se vi dessi una tazza di tè, non mi risparmiereste la seconda metà della vostra storia?

— Accetto la tazza, ma continuo.

La signora Anna die' una scrollatina di testa come se volesse dir nuovamente: Che matto! e versò il tè al suo lepido interlocutore.

— Un giorno — riprese il signor Maurizio tra un sorso e l'altro — il mio amico arrivò in casa d'Alberto inatteso, e quindi più festeggiato che mai. Si deliberò di fare pel dì seguente (ch'era una domenica) una escursione a una villa poco discosta, e si passò la sera pregustando il divertimento del domani. La Giulietta non era mai stata più ilare, nè Alberto più espansivo, nè Ugo più amabile....

— Ve l'ha detto lui?

— Sicuro!

— Beati gli uomini franchi!

— Al mattino del dì appresso (era in primavera avanzata, poco importa il mese) Ugo fu in piedi all'ora stabilita, e fece la sua toilette con grande accuratezza e sollecitudine vicino alla finestra aperta della sua stanza che dava anch'essa sopra il giardino. Faceva un bellissimo tempo: però l'orizzonte non era tutto sereno, e qualche nube percorreva il cielo con insolita rapidità a simiglianza di persona affaccendata. La moda di quarant'anni addietro, e voi lo sapete meglio di me, non era la moda dell'anno 1870, e se il mio amico vi comparisse dinanzi acconciato nella foggia di quel dì, voi non potreste certo trattenere una sonora risata. Un cappello di paglia con cupola alta e larghe tese orizzontali, un vestito color caffè con le maniche attillatissime e col bavero di smisurata altezza, una cravatta bianca che si attortigliava al collo come il serpente del Laocoonte, e che scendeva a riempire tutto lo sparato del panciotto chiaro di fondo e stampato di gran fioroni gialli, un paio di calzoni d'una tinta sentimentale stretti alla gamba ecco a un dipresso il figurino del mio amico in quel giorno memorabile. E in quel giorno, ve lo assicuro io, egli era bello, e aveva ben ragione di sorridere guardandosi nello specchio. La giovinetta che acquista la coscienza della propria bellezza non può vincere un vago presentimento di arcani pericoli, e in mezzo all'orgoglio del sapersi regina chiede talvolta a sè stessa se il suo scettro non sarà bagnato di lagrime. Nei mille occhi che l'affisano, nelle mille labbra che si muovono a susurrarle una parola gentile, ella indovina un'insidia al suo pudore, alla pace dell'animo suo; insidia che tanto più la sgomenta quanto più le versa nel cuore un'incognita voluttà. L'uomo invece, a torto o a ragione, non è assalito da questi scrupoli: l'avvenenza è per lui un dono che non ha mistura d'amarezza; un sorriso non gli fa salire i rossori sul volto, uno sguardo non gli fa chinare la fronte. Nel suo aspetto raggiante è la gioia del dominio o la certezza della conquista; sulla sua bocca sta il grido di Schiller — Ich bin ein Mann, wer ist es mehr? Io sono un uomo, chi lo è più di me?

«Ecco ciò che Ugo, contemplandosi nello specchio, andava in quel mattino ripetendo a sè medesimo.