Ma il contino Leonardo non imparava in cucina soltanto le schiette grazie del linguaggio popolare.

Un barcaiuolo pensionato della famiglia, morto nonagenario un anno prima del padrone vecchio, lo aveva erudito in certe cronache domestiche assai edificanti. Nicola (il barcaiuolo si chiamava così) era nato in casa e avea pei Bollati una devozione a tutta prova. Per isfortuna egli non era cresciuto nei tempi in cui i Bollati maschi si coprivano di gloria, ma in quelli in cui le Bollati femmine facevano d’ogni erba un fascio. E raccontava le gesta di queste civette con la identica compiacenza con la quale due secoli innanzi avrebbe raccontato quelle del nobiluomo Almorò che aveva preso una bandiera ai Turchi, e del nobiluomo Biagio che a venticinque anni aveva sbalordito il Maggior Consiglio con la sua eloquenza. La madre del conte Zaccaria non aveva avuto tempo di far discorrer di sè perch’era morta da parto dopo un anno di matrimonio, ma Sua Eccellenza Adriana e Sua Eccellenza Marina, mogli di due fratelli del N. H. Leonardo ne avevano fatte di grosse. Belle, piene di spirito e di salute, avevano goduto la vita, loro due, non come Sua Eccellenza Chiaretta, una buona donna, ma via, un po’ troppo monachella, troppo dinoccolata, troppo paurosa della sua salute. Perchè in fin dei conti, diceva il vecchio Nicola, che cosa fanno a questo mondo le donne se non fanno il chiasso e l’amore?

—Eh—continuava il barcaiuolo epicureo—ai tempi delle lustrissime Adriana e Marina ci si divertiva in Palazzo. Altro che adesso! Non s’eran mai viste due cognate che se la intendessero meglio di quelle. Mai una gelosia, mai la cattiva azione di portarsi via i morosi, ma invece un aiutarsi, un difendersi ch’era un piacere a sentirle. Io ero il confidente di tutt’e due, e quando l’una o l’altra diceva di voler la gondola a un remo solo e che quel remo dovevo esser io, sapevo benissimo di che si trattava. Qualche volta i due mariti e i due rispettivi cavalieri serventi volevano tirarmi in lingua. Mi ricordo che un giorno il nobiluomo Barbo, che serviva la lustrissima Adriana, mi disse:—«Tu tieni il sacco a quella fraschetta.»—«Nobiluomo—io risposi—la parli con rispetto della padrona.» Sicuro; perchè io non ammettevo scherzi su questo proposito.... Ma quando potevo, coi debiti riguardi, dare un buon consiglio alle lustrissime, mi facevo coraggio. E raccomandavo loro di usar prudenza e di salvare le apparenze, che son quelle a cui il mondo bada di più. Così facevo il mio dovere, e le padrone, che non avevano ombra di sussiego, me ne ringraziavano. Erano due angeli, quelle donne, e non è mica a credere che fossero cattive mogli. Bisognava vederla Sua Eccellenza Adriana durante la lunga malattia del marito. Pareva una suora di carità. E quando S. E. Alvise morì, che macchina di monumento ella gli fece innalzare in chiesa dei Gesuiti! E quante messe all’anno faceva dire in suffragio del povero defunto! Se quell’anima lì non ha scontato presto il suo purgatorio, non deve certo prendersela colla moglie. E S. E. Marina? L’ho accompagnata io stesso due anni di fila ad Abano con S. E. Vittore che andava a curarvi la sua sciatica. Che pazienza da santa quella donna! Perchè S. E. Vittore (che Dio l’abbia in gloria!) era una pasta di zucchero finchè stava bene, ma se aveva un dolor di capo, usciva dai gangheri addirittura. Non c’eravamo che la padrona ed io che potessimo sopportarlo.—«Eh, Nicola,»—la mi diceva scherzando—«non si va mica in gondola adesso. »—«Ma, lustrissima; torneranno quei tempi.»—E lei, con una scrollatina di testa:—«Intanto s’invecchia, caro Nicola.»—Benedetta quella vecchia!—io avrei voluto soggiungere, ma non ero che un povero gondoliere e non dovevo prendermi certe libertà.... So ch’era da mangiarla S. E. Marina quando parlava così. A quarant’anni ell’era ancora un boccone prelibato. Una vitina, un busto, un giro di spalle, dei capelli neri come la pece, due occhi da svegliare i morti.... E una manina bianca, grassottella, che aveva tutti i sapori.... Posso dire di avergliela baciata quella mano.... Ma! Le due lustrissime son morte tutt’e due in fresca età e di donne come quelle s’è persa la stampa....

Questi e altri discorsi consimili il vecchio Nicola li teneva soprattutto nelle sere d’inverno, durante la siesta, quando seduto sul focolare sopra un seggiolone impagliato egli protendeva le gambe stecchite sulle ceneri calde, e fumava la sua pipa di gesso o centellava un bicchiere di vino generoso. Il resto della servitù stava ad ascoltarlo ad orecchie tese, e le cameriere, ghiotte di pettegolezzi scandalosi, lo tempestavano di domande. Ed egli, sempre vantandosi d’esser stato un modello di discrezione in gioventù, spifferava una quantità di aneddoti circa alle scappate delle padrone, e al brio delle loro conversazioni nel casino ch’esse tenevano in comune a San Giuliano, e ai loro travestimenti in carnevale, al Ridotto, e ai loro trionfi alla venuta dei conti del Nord e del Re di Svezia. Intanto il contino Leonardo, ora sulle ginocchia d’una fantesca, ora sotto la tavola in compagnia del gatto, sbadigliava aspettando che lo mettessero a letto. E, se vogliamo esser giusti, egli si curava pochissimo di queste glorie casalinghe, e preferiva il racconto dei fatti memorabili del brigante Mastrilli, che il signor Oreste, il cuoco, sapeva a memoria, e di cui mostrava al padroncino le illustrazioni a colori sopra una ventola di cartone.

Altra occupazione gradita pel nostro contino, sin dalla più tenera infanzia, era stata quella di dar la caccia ai granchi che salivano su per la riva del Palazzo. A questo nobile esercizio egli dedicava un paio d’ore al giorno sotto la vigilanza dell’uno o dell’altro dei gondolieri di casa, e, quando aveva preso una di quelle innocue bestiuole, egli trovava un gusto infinito a legarla con uno spago per una delle branchie e a tirarla su e giù per l’androne.

Però i gondolieri non insegnavano al contino Leonardo solamente a pigliare i granchi; essi lo addestravano eziandio nell’arte del remo, l’unica ginnastica a cui si dedicassero in quel tempo i nobili veneti. A quattr’anni egli aveva già un remino microscopico che appena sfiorava l’acqua; poi di mano in mano che il ragazzo cresceva gli si faceva fare un remo più grande e il remo smesso si conservava come trofeo di famiglia. Quando il contino Leonardo non possedeva ancora le lettere dell’alfabeto, egli era ormai in grado di vogare a poppa e di diriger bene o male la gondola nel Canalazzo e pei meandri dei rii. I barcaiuoli dei traghetti lo conoscevano tutti, e se qualcheduno vedendolo passare gridava poco rispettosamente:—Occhio ai granchi, Eccellenza—i più rendevano giustizia alle sue felici disposizioni e gli pronosticavano uno splendido avvenire.

Con la sorella, alquanto maggiore d’età, Leonardo non aveva mai avuto buon sangue; del resto si può dire ch’egli l’avesse anche conosciuta poco, perch’ella entrò ben presto alle Salesiane e vi stette fino al momento del matrimonio. La piccola Rialdi, che aveva quattr’anni meno di lui, era stata sempre, come sappiamo, la sua compagna favorita di giuoco. E quand’egli non era in cucina con le serve, o in gondola, o presso alla riva coi barcaiuoli, era con Fortunata in uno stanzone del secondo piano detto lo stanzone degli armadi, ove i bimbi potevano fare il chiasso senza disturbare la lustrissima Chiaretta che pativa di emicrania e di sfinimenti.

Così trascorse l’infanzia del contino Leonardo Bollati. Alla fine il suo signor padre si decise a dargli un precettore, e la scelta cadde sopra un sacerdote di nome don Luigi, al quale il conte Zaccaria, nell’affidargli l’educazione del giovinetto, tenne questo notevole ragionamento:

—Grazie al cielo, Leonardo non ha bisogno di guadagnarsi da vivere, non deve far l’avvocato, nè il medico, nè l’ingegnere, nè, Dio guardi, il professore. Sotto la Serenissima era un altro paio di maniche. Il ragazzo avrebbe dovuto entrare prima nel Maggior Consiglio e più tardi forse nei Pregadi, e non ci sarebbe stata nessuna carica, per quanto alta, a cui egli non avesse potuto aspirare. Adesso il più che possa toccargli è di diventare assessore municipale, o amministratore dei Luoghi Pii, o presidente della Fenice, come me, e per questa roba non occorre troppa dottrina. Dunque, don Luigi, siamo intesi. Un poco di religione, di storia sacra e di storia veneta, le quattro operazioni dell’aritmetica, una tintura di latino, e quel tanto d’italiano che basta a scriver discretamente una lettera, e, se occorre, un sonetto per nozze o per monaca. Insomma non sopraccarichiamo il ragazzo di scienza.

Don Luigi s’inchinò in segno d’assenso, e promise al conte Zaccaria di uniformarsi interamente a’ suoi desiderii.