Era impossibile che in casa non s’accorgessero di questa tresca, e seppur non se ne fossero accorti, la contessa Zanze si sarebbe assunta la briga di spargerne la notizia. Ella n’era scandalizzatissima, e non risparmiava fatiche per risvegliare il senso morale del conte Zaccaria e della contessa Chiaretta e per indurli a far valere la loro autorità prima che accadesse una catastrofe. Ma quelli non se ne davano per intesi. O che toccava a loro di vigilare sul prezioso onore d’una villana?
E se dobbiamo esser sinceri, quegli a cui spettava anzitutto quest’ufficio delicato era il gastaldo, zio della Rosetta, volpe vecchia, il quale lasciava correre, sia che si fidasse della furberia della nipote, sia che non volesse disgustare il giovane conte, e in ogni evento, sperasse di tirar l’acqua al suo molino.
L’ultimo rifugio della contessa Zanze era don Luigi. O che aveva gli occhi foderati di prosciutto? O che non sentiva il debito sacrosanto di alzar la voce, e di sottrarre alla perdizione il suo allievo?
Povero don Luigi! Che ci poteva lui? Non la capivano ancora ch’egli non era più il precettore? Era il cappellano della famiglia, era una specie di mastro di casa; ma il precettore no. E su certi argomenti non aveva diritto di entrare... fuori che nella confessione.... Allora le sue ragioni sapeva dirle e non aveva bisogno delle lezioni di nessuno, come non intendeva render conti a nessuno.... E poi perchè venivano a discorrergli di tresche scandalose?... Credevano che un sacerdote non avesse da far di meglio che spiare i passi di due monelli senza giudizio?
—Bei ministri di Dio!—borbottava la contessa Zanze riferendo al marito questi colloqui.—Bei ministri del Vangelo! Si lavano le mani come Ponzio Pilato.
—E perchè non ve le lavate anche voi le mani?—rimbeccava il conte Luca.—Siete un ministro di Dio, voi! Andate proprio a cercarli col lumicino i fastidi? Che può importarvi di ciò che passa tra Leonardo e la Rosetta? Per la Vergine santissima, lasciate che si sbrighino loro e non ve ne impicciate. Tanto, a voi non ne va e non ne viene. Mi spiego?
E il pacifico uomo tornava al caffè a giuocare ai suoi scacchi.
VIII.
Forse il conte Luca aveva ragione a voler mantenere una politica di assoluta neutralità, ma, d’altra parte, la contessa Zanze non aveva torto nel presagire che quest’intrigo del contino Leonardo e della Rosetta sarebbe andato a finir male. Era una cosa troppo lunga, e, come dice il proverbio, le cose lunghe diventan serpi. In città, Leonardo aveva mille distrazioni che gl’impedivano di pensare alla nipote del gastaldo, ma quand’era in campagna gli occhi bellissimi e il sorriso affascinante della Rosetta esercitavano sopra di lui il solito impero. Inoltre c’era ormai di mezzo anche un po’ di puntiglio. Egli giurava e spergiurava a sè medesimo di venirne a capo, di non voler essere raggirato più a lungo da una contadina, di non voler più contentarsi d’una carezza e d’un bacio a ogni morte di papa. Per la Madonna! Egli non aveva mai avuto queste abitudini, e le Candide, le Olimpie e le Serafine non lo avevano mai fatto sospirar tanto. Però questi propositi risoluti del contino Leonardo si spuntavano contro le arti sopraffine della ragazza, la quale pareva aver imparato la civetteria in una capitale. Ella accettava i regalucci del suo spasimante, gli diceva di volergli bene, accordava quello che non era possibile di negargli, ma in quanto al resto, nemmen per sogno. Comunque sia, questa tattica era piena di pericoli, ed era evidente che non poteva durare a lungo, soprattutto, se, in mezzo ai tanti farfalloni che svolazzavano intorno alla Rosa, fosse spuntato un pretendente serio. In verità il pretendente serio tardò abbastanza a venire, e le buone amiche della Rosa si tenevano sicure ch’esso non sarebbe venuto più, perchè, siamo giusti, chi doveva sposare quella sguajata? C’era bensì un tal Menico, garzone di caffè, povero di quattrini e di spirito, il quale dichiarava di languir d’amore per lei e d’esser pronto a darle il suo nome, ma a nessuno passava pel capo che la Rosetta si adattasse a sposar quello zotico di cui ella era la prima a burlarsi, quantunque Menico fosse sotto la protezione del gastaldo, ch’era suo santolo.