Non sarà inopportuno per ultimo di dare una capatina in una stanza del secondo piano dove si trova inchiodato da due anni per una paralisi alle gambe il padrone vecchio, l’ottuagenario conte Leonardo, comandante di galera ai tempi della Serenissima. Lungo, stecchito, grinzoso, il conte Leonardo era sdraiato sur una poltrona presso una finestra che guarda il Canalazzo, mentre dietro di lui un barbiere antidiluviano gli pettinava il parrucchino e gli ravviava i quattro peli tinti delle basette. Il conte Leonardo, che aveva ancora sciolta la lingua e pronta la memoria, stava passando in rassegna le innumerevoli regate a cui aveva assistito nella sua vita. Gl’importava molto di veder quella d’oggi, egli che aveva visto quelle per l’Imperatore Giuseppe II, per i duchi del Nord, per il conte di Haga, per Napoleone e pel principe Eugenio!
E il barbiere, rincarando la dose, soggiungeva:—Chi ha visto ciò che si faceva sotto San Marco non ha più nulla da vedere. Eh, lustrissimo, a pensare che se invece di quel minchione del Condulmer ci fosse stato lei a capo della flotta, avremmo ancora la nostra Repubblica!...
—Via, via—rispondeva modestamente Sua Eccellenza—la cosa non era tanto facile.... Quei maledetti Francesi erano un osso duro da rodere.
Ma il barbiere non si dava per vinto.
—Ci son mancati gli uomini, ecco il male. Il cavalier Emo era morto, e il solo che potesse supplirlo era tenuto in un posto subalterno. Così ci son capitate addosso tutte le disgrazie. Prima quei matti del Governo democratico, poi i patatuchi, poi i Francesi, poi i patatuchi da capo, che il diavolo se li porti....
Il conte Leonardo gli diede sulla voce:
—Non vi fate sentire dal marito di mia nipote.
L’altro si strinse nelle spalle.—Io non sono che un miserabile insetto, ma Vostra Eccellenza sa che quel matrimonio....
—Non l’avete mai potuto digerire.
—A me non toccherebbe parlare, ma santo Iddio, c’era proprio bisogno che una damigella Bollati andasse a cercarsi lo sposo laggiù?