Il comandante, austriaco fino al midollo dell’ossa, ma buono di cuore e amoroso dei suoi dipendenti, fu fieramente turbato da quella richiesta, e cercando di leggere nella fisonomia stravolta dell’ufficiale:
—Che avete, Rialdi?—gli disse.—Non vi si riconosce più.
L’altro si schermì dal rispondere e insistette sulla necessità che aveva di partir subito per Venezia.
—Mi date proprio la vostra parola d’onore che partite per Venezia? Solamente per Venezia?
Gasparo Rialdi comprese il significato della domanda e proseguì con voce ferma:—Sì, le do la mia parola d’onore.
—Ebbene, ebbene,—brontolò il comandante ordinando allo scrivano di redigere il permesso. E proseguì a voce più bassa:—Vedete, Rialdi, sono momenti difficili. Quei disgraziati giovani hanno fatto del male a tutti.
Gasparo sentì salirsi una fiamma al viso, ma non disse nulla.
—Del male a tutti,—ripetè il suo interlocutore.—Si vive in un’atmosfera di sospetti.... Sfido io.... Dopo un fatto simile.... Tre giovani che avevano uno splendido avvenire davanti a sè.... I Bandiera specialmente.... figli d’un contrammiraglio.... Non par vero.... E che cosa credono di fare? Di vincer delle battaglie contro le truppe di S. M. Borbonica?.... Di conquistare il Lombardo-Veneto?.... Ci rimetteranno la testa.... pazzi, pazzi da legare.... Date qui.
Quest’ultime parole erano rivolte allo scrivano che aveva finito il suo lavoro.
—Ecco il permesso firmato, Rialdi.... In fede mia, a un altro avrei risposto di no.... Dunque siamo intesi.... A Venezia direttamente.... Venezia per la via di Trieste.... La vostra parola d’onore.