—Per me forse—esclamò Fortunata—ma non per lui, non per mio figlio... Io non voglio che mio figlio sia chiamato con un nome ingiurioso.

Ma a questo grido di madre non tardò a tener dietro un grido d’amante.

—Vedi, Gasparo, tu non puoi capire... malgrado del tuo ingegno, e ne hai tanto, non puoi capire quello che si passa in cuore di donna... Tu mi domandi s’io spero da Leonardo la felicità... Ma la felicità, per noi, consiste nell’appartenere all’uomo che amiamo, nel viver con lui, per lui... anche s’egli non è degno del nostro amore... anche se ricambia con gli oltraggi e gli scherni le nostre carezze... Non corrugar la fronte, Gasparo, non esser troppo severo con me... sono una povera femmina, io... Non ragiono, sento... In quell’amore che mi ha fatta colpevole, in quell’amore che mi fa madre è chiuso il mio piccolo mondo... Non ho altro, non avrò altro mai... Il Signore non ha voluto ch’io espiassi il peccato con le preghiere, con le penitenze, coi digiuni... ha ribadito lui stesso le catene che mi tengono attaccata alla terra... No, no, te lo ripeto—ella continuava infiammandosi sempre più—tu non puoi capire... Bisognerebbe esser davvero al mio posto... Io non ho nè la bellezza, nè la grazia, nè lo spirito, ed egli mi ha amata, sia pure per una settimana, sia pure per un giorno... è quanto basta perchè io l’ami per tutta la vita.

Gasparo era ammutolito. Che rispondere alle manifestazioni esaltate d’una passione che non tentava nemmeno giustificarsi, ma si affermava come un fatto inesorabile, voluto dal destino? Ed egli, il forte e prode uomo, si domandava tristamente come un libertino volgare, senza ingegno, nè dignità, nè coscienza, potesse esercitare un tal fascino sopra una fanciulla buona e gentile. Di quanto fango è dunque composta quella cosa divina che si chiama l’amore?

Checchè ne sia di ciò, l’abboccamento di Leonardo Bollati e di Gasparo Rialdi aveva avuto per effetto di lasciar uno dei due interlocutori sbigottito, l’altro nauseato. Ma se lo sbigottimento rendeva Leonardo più malleabile, la nausea rendeva Gasparo meno acconcio che mai al suo ufficio di negoziatore. Egli si trovava, del resto, in una singolare condizione di spirito. Egli capiva che, in certi casi, dal matrimonio in fuori, non c’è riparazione che valga, ma, d’altra parte, sentiva crescere la sua ripugnanza ad adoperarsi per combinare un matrimonio che avrebbe unito Fortunata con un uomo tanto spregevole. Era scontento della sua famiglia, scontento di sè. Lo irritava la nullaggine del suo babbo, l’indole poco scrupolosa di sua madre, l’accecamento di sua sorella; si sentiva umiliato di queste misere lotte in un tempo nel quale i suoi amici scontavano col loro sangue un’eroica follìa.


XV.

Poichè in Calabria era avvenuto quello che tutti prevedevano.

Sopraffatti dalle forze borboniche presso San Giovanni in Fiore il 19 giugno di quell’anno 1844, tratti a Cosenza dinanzi a una Corte marziale, Attilio ed Emilio Bandiera, Domenico Moro e i principali fra i loro seguaci, venivano condannati a morte il 24 di luglio e fucilati il dì appresso. La Gazzetta privilegiata di Venezia di martedì 6 agosto riproduceva dal Giornale di Napoli l’estratto della sentenza pronunciata ed eseguita. Non una riga di commento, non una parola di compianto pei tre veneziani che pur lasciavano qui tanta eredità di memorie e d’affetti. Era già molto se l’insulto villano non li accompagnava nella tomba. Ma nel segreto delle pareti domestiche, nell’intimità dei crocchi giovanili, i nomi dei tre martiri erano susurrati con affettuosa riverenza, e il sacrifizio magnanimo richiamava a più alti pensieri i popoli della Penisola immersi in frivole cure.

Ciò che Gasparo Rialdi provasse alla notizia della strage di Cosenza, è inutile il dirlo. Egli giurò allora, e mantenne il giuramento, di consacrare la sua vita all’idea per la quale i suoi compagni d’armi erano caduti. Certo non era piccolo sforzo per lui il far violenza alla sua natura schietta e leale, il continuar a indossare una divisa abborrita, a servire sotto una bandiera ch’egli tradiva; però i tempi tristissimi non lasciavano libertà di scelta ai generosi che i voleri delle famiglie o la dura necessità costringevano a militare sotto lo straniero; o venir meno agli obblighi di cittadini, o venir meno agli obblighi di soldati.