La ragione era questa. Leonardo aveva riappiccato con molto maggior fortuna di un tempo le sue relazioni con la Rosetta, quella Rosetta nipote del gastaldo ch’era andata sposa a Menico caffettiere. Ell’era maritata ormai da più anni, durante i quali il conte Leonardo non l’aveva vista, si può dire, che alla sfuggita, giacchè serbava ancora memoria delle busse avute per causa di lei e non voleva rischiar di pigliarne dell’altre. Ma quel soggiorno forzato di parecchi mesi in campagna gli aveva messo addosso di nuovo il solletico, ed egli aveva spinto ripetutamente le sue peregrinazioni fino ad Oriago a prendervi un bicchierino di rosolio dalla bella caffettiera. Infatti Rosetta era più bella che mai, d’una bellezza sensuale, lasciva, con un paio d’occhioni neri che mandavano fiamme e certe rotondità baldanzose innanzi alle quali gli eleganti d’Orlago esaurivano l’intero dizionario dei vocaboli ammirativi. Di riputazione la Rosetta stava maluccio e l’accusavano d’aver tresche con questo e con quello; ella poteva rispondere a ogni modo che viveva in ottimo accordo con suo marito, e contento lui, nessuno aveva diritto d’impicciarsene.—Non voglio gelosie, non voglio scene—eran state le sue prime parole dopo le nozze, e il buon Menico le aveva giurato di non darle noia, nè con scene, nè con gelosie. Lo stesso spirito di tolleranza ella imponeva agli amanti che le male lingue le attribuivano; s’ella usava dei favori a qualcheduno, non intendeva per questo di lasciarsi mettere i piedi sul collo da chicchessia. I violenti, gli appassionati non avevano fortuna con lei; la sua benevolenza era riserbata ai mansueti ch’ell’era sicura di menar per il naso, o agli scapati di umore gioviale che nemmeno sapevano dove stesse di casa la fedeltà.
Rosetta capì subito che il conte Leonardo al primo rivederla aveva pigliato fuoco come una volta, e le parve che quello fosse un uomo da farne ciò che si voleva. Inoltre, rovinato o no, egli aveva sempre un gran nome e aveva ancora qualche zecchino in tasca, onde Menico il caffettiere fu pronto a riconoscere che bisognava trattar con tutti i riguardi un avventore il quale non poteva che dar credito alla bottega.
A poco a poco il contino Bollati spesseggiò le sue gite a Oriago sino a venirci ogni giorno; ci veniva solo nella più modesta carrettina della rimessa, tirata dai più modesto cavallo della scuderia, un cavallo che sarebbe andato da sè e che lo stesso Leonardo si fidava di guidare. La vispa Rosetta, appena il suo nobile avventore entrava nel caffè, gli moveva incontro ufficiosa, gli dava del lustrissimo, dell’Eccellenza, gli domandava notizie della sua preziosa salute e gli portava con le sue mani il solito bicchierino. Allora, se non c’era nessuno, egli se la faceva sedere accanto e mesceva il rosolio anche a lei e la supplicava di non farlo sospirar altro, chè aveva già sospirato abbastanza. Ella, disposta a cedere, voleva però mettere a prezzo le sue compiacenze, voleva che questo babbeo le servisse a qualcosa. In tal guisa, quando finalmente gli capitò la ricompensa meritata, egli aveva speso un bel gruzzolo di denari ch’erano stati impiegati in parte a ristaurar la bottega. Figuriamoci gli epigrammi che si fecero in quell’occasione! I muri, quantunque meno eloquenti di quello che non siano al nostro tempo, furono coperti di scritte ove al nome del caffettiere e a quello della moglie s’aggiungevano degli epiteti tolti al regno animale. Nè il cospicuo lignaggio fu sufficiente difesa al conte Leonardo. Anch’egli lesse il suo nome, l’illustre nome dei Bollati, seguito da un appellativo ingiurioso, e pensò che sua madre aveva ragione di dire che la petulanza dei carbonari non aveva più limite. Infatti bisognava esser carbonari per mancar di rispetto in quella maniera a un nobile veneto. Comunque sia, l’esempio di Menico e della Rosetta, i quali pigliavano la cosa con la massima indifferenza, persuase il conte Leonardo a calmarsi.
Forse Menico e la Rosetta non avevano torto. Quelle iscrizioni concise ed espressive restarono per un pezzo a far bella mostra di sè sulle muraglie, ma la filosofia di coloro che v’eran presi di mira spuntò gli strali della satira, e gli abitanti del villaggio, ch’eran gente di buona pasta, non istettero molto ad amnistiare le relazioni amichevoli della Rosetta e del conte Leonardo Bollati. Anzi il conte finì coll’esser considerato un personaggio attinente alla bottega, una specie di patrono, di capitalista a cui gli avventori facevano giunger rispettosamente la manifestazione dei loro desideri e delle loro lagnanze. Se lo zucchero non era abbastanza dolce, se il caffè sapeva di paglia, se le carte da giuoco eran troppo unte, si diceva una parolina al signor conte ed egli provvedeva a far cambiare lo zucchero, il caffè e le carte da gioco; se un vetro era rotto, si diceva al signor conte ch’era una bruttura il turare il buco con un foglio di carta oliata, ed egli mandava subito pel finestraio. Con questo savio sistema Sua Eccellenza Leonardo si conciliava le grazie della Rosetta, la tolleranza di Menico e la benevolenza universale. Però c’era una difficoltà. Bisognava aver sempre la borsa fornita, e la borsa del contino Bollati si smungeva rapidamente. Finchè egli aveva avuto anelli, spille o altra roba di valore, il servizievole signor Oreste lo aveva aiutato con grandissimo zelo. Il valentuomo, che una volta alla settimana si recava a Padova pei doveri d’ufficio, sia che impegnasse o vendesse davvero gli oggetti affidatigli, sia che fingesse d’impegnarli o di venderli e li tenesse invece per sè, tornava sempre con un po’ di danaro. Ma quando non ci fu più nulla, il signor Oreste mutò contegno e linguaggio, e disse che non solo egli non voleva più favorire i vizi di Sua Eccellenza, ma era deciso a pensare ai casi propri e a far qualche passo per mettere al sicuro il suo vecchio credito. Allora il nostro giovinotto cominciò a presentarsi alla Rosetta con le mani vuote, e trovò accoglienze assai diverse da quelle d’un tempo. La furba caffettiera gli teneva il broncio; Menico, forse catechizzato dalla moglie, lo guardava con piglio sospettoso, come se fosse stato colto da un tardo accesso di gelosia; gli avventori della bottega avevano l’aria di canzonarlo, e prima che fosse terminata la villeggiatura il povero contino Leonardo fu pulitamente messo alla porta dalla sua bella.
In quel torno di tempo accadde un fatto d’incontestabile gravità. Il signor Oreste non aveva voluto che le sue minaccie rimanessero prive d’effetto, ed era ricorso a un legale per vedere in qual modo egli potesse far valere le sue ragioni contro il contino Leonardo. Noi sappiamo che il contino Leonardo gli aveva sottoscritto parecchie cambialette, le quali erano sempre nelle mani del sovventore e figuravano come non pagate. Il legale, pur dicendo ch’era un affar serio perchè si trattava di prestiti a un minorenne, promise di tentar qualche cosa, e tentò realmente un accomodamento amichevole con sior Bortolo, l’agente generale. Ma, in primo luogo, non c’eran quattrini nè pochi nè molti, e poi sior Bortolo montò su tutte le furie sentendo che il cuoco gli faceva la concorrenza nell’imbrogliare i padroni, e scrisse di buon inchiostro alle Loro Eccellenze. Il conte Zaccaria e la contessa Chiaretta questa volta pigliarono fuoco anche loro, e la contessa soprattutto fece al signor Oreste una scena non più vista, nè udita. Era tanto e così strano il furore della gentildonna che don Luigi uscendo sbigottito dalla sua camera fu in dubbio se dovesse esorcizzarla.
La conclusione si fu che il signor Oreste ebbe quarantott’ore per far fagotto. Ed egli partì infatti, ma, partendo, commise un delitto sì atroce che il labbro rifugge dal raccontarlo. Come s’egli volesse lasciar buona memoria di sè, nel giorno precedente a quello in cui egli doveva andarsene, egli allestì un pranzo squisito, degno di qualunque celebrità culinaria. C’era specialmente un manicaretto di lepre che la lustrissima Chiaretta dichiarò la miglior cosa ch’ella avesse mangiata in sua vita, e che le fece dimenticare per qualche minuto una cura fierissima che la turbava. Il gatto Romeo, il bel soriano che la contessa portava seco in villeggiatura, era sparito fin dalla sera innanzi, e nessuno ne sapeva nuova. Si sperava che egli fosse in giro per fini galanti e tornasse la mattina dopo, ch’era quella appunto in cui il signor Oreste doveva lasciar la villa. Quella mattina, invece a ora di colazione e quando il cuoco era già lontano, capitò un biglietto misterioso indirizzato:
A la lustrissima D. N.
Contessa Chiareta Bolatti
in
Sue Grassiose Mani.
Non c’erano che poche righe:
Lustrisima sigora Contessa.