—Andiamo, Valeria, non ci badare—replicò Gustavo Aldini con dolcezza.—Lo sai ch'io vado soggetto alle antipatie.

—No, tu ti sei fitto in capo che Diana non debba esser felice con quell'uomo… E pure l'hai sentita un momento fa:—O lui, o nessuno.

—Verissimo… Avrò torto io.

—Io vorrei delle ragioni—insisteva la signora Valeria, incapace d'adattarsi a non esser d'accordo con suo fratello in un argomento di tanto rilievo.—Alberto Varedo è un galantuomo, viene da una famiglia di galantuomini… Il suo papà, la sua mamma, morti, poveretti, in età ancor vegeta, erano fior di gente sulla cui memoria non c'è un'ombra.

Gustavo approvò con un cenno del capo.

—Lui, Alberto—proseguì la Inverigo—è un bravo giovine, sfido a negarlo.

—Non lo nego.

—A ventisett'anni ha vinto un concorso alla Università di Torino: È già lì da due anni professore straordinario; ha pubblicato opuscoli, libri, collabora in vari giornali scientifici, è molto stimato, non ha vizi… Ne hai chiesto informazioni anche tu a que' tuoi amici di Torino e mi hai confessato lealmente di averle avute ottime. A meno che tu non mi nasconda qualche cosa…

—Nemmen per sogno.

—Te lo giuro, vi son dei momenti in cui penso che tu sia in possesso di qualche segreto relativo a Varedo…