Zonnini ebbe un'impercettibile scrollatina di spalle.
Gl'indicatori ufficiali delle ferrovie, sfogliati in ogni senso, non davano un responso favorevole. Ormai non c'era altra corsa da prendere che quella delle 20.50.
I campanelli elettrici tintinnavano in tutte le sale di Montecitorio chiamando a raccolta i deputati.
—Andate, andate—insisteva lo stesso Varedo.—La seduta ricomincia. La Camera è impaziente, e forse si voterà oggi.
—Se c'è il voto, dobbiamo farti avvertire?
—No, il mio voto non conta… Il Ministro avrà contro di sè una maggioranza enorme… E io passerò all'albergo per gli ulteriori preparativi… Addio, addio… e grazie… Scusate, che ore sono?
—Quasi le cinque.
—È già tardi… Non ho tempo da perdere.
—Ci rivedremo a ogni modo alla stazione… Se si vota oggi ci sarà un assalto ai treni.
—Mi raccomando—ripigliò Varedo.—che la stampa non dia notizie inesatte… Pur troppo non ho illusioni, ma la catastrofe non è ancora successa.