Questo grido caro al suo orecchio aveva accolto l'onorevole Varedo nell'atto di montare in fiacre per recarsi alla stazione, e lungo tutta la via, in mezzo al brulichìo della folla, in mezzo al rumore delle vetture e dei tram, da cento voci di ragazzi e d'adulti, egli aveva sentito ripetere:

—La Tribuna con la caduta del Ministero.

Anch'egli aveva comperato un numero del giornale e alla fioca luce del crepuscolo vi aveva letto il resoconto della seduta, scorrendo rapidamente il sunto abbastanza esatto del suo discorso, e soffermandosi in particolar modo sugli incidenti successi poi: l'impazienza febbrile della Camera; le poche, incisive, efficacissime parole di San Giustino: le confuse dichiarazioni balbettate dal Presidente del Consiglio, Crugnoli, le grida di basta, basta, ai voti; la votazione nominale infine, che nonostante una cinquantina di astensioni, aveva dato una maggioranza schiacciante contro il Gabinetto, e l'esito della quale aveva provocato una salva d'applausi, raddoppiati d'intensità quando Crugnoli annunziava ufficialmente la crisi con le frasi di prammatica:—Il Ministero si riserva di prender gli ordini di Sua Maestà.

Sotto la rubrica Ultime notizie, il giornale si scusava di non poter, per l'ora tarda, diffondersi in ampi commenti, e si limitava a constatare il successo trionfale dell'onorevole Varedo, il cui discorso aveva superata l'aspettativa che pur era grandissima.—Le sorti del Gabinetto erano già decise—soggiungeva la Tribuna,—ma è certo che la poderosa requisitoria dell'onorevole deputato di… vinse molte perplessità e rinforzò di parecchi voti l'opposizione.

Alcune righe più basso e proprio in fondo alla terza pagina, si leggeva in caratteri cubitali:

«Secondo le informazioni che ci giungono al momento di andare in macchina, i Ministri appena sciolta la seduta si sono recati al Quirinale per rassegnare le loro dimissioni che non si dubita saranno accettate da Sua Maestà. Tutto fa prevedere che la crisi sarà di breve durata. Qualche amico intimo dell'onorevole Crugnoli afferma ch'egli stesso indicherà al Sovrano l'onorevole di San Giustino come l'uomo voluto dalle circostanze».

In Piazza di Termini l'onorevole Varedo ripiegò il foglio e lo ripose in tasca. Omnibus d'albergo, tram, vetture di piazza e vetture private convergevano da ogni parte verso la stazione che, ormai illuminata, spiccava bianca sul fondo grigio del cielo crepuscolare. Nel Piazzale dei Cinquecento numerosi capannelli discutevano intorno alla crisi; qualche cittadino, che aveva comperato il giornale della sera ne perlustrava le fitte colonne al chiarore d'una lampada elettrica; i rivenditori seguitavano a urlare:—La Tribuna con la caduta del Ministero.

Quando Varedo scese di carrozza, più d'uno lo riconobbe e lo salutò. Egli ricambiava macchinalmente i saluti, toccandosi la tesa del cappello, ma non si fermò con nessuno ed entrò difilato in stazione.

Qui non potè sfuggire a una dozzina di colleghi che prendevano anch'essi il suo treno, e gli toccò subire congratulazioni, condoglianze, auguri, e rinunziare alla speranza di viaggiar solo. Ma forse era meglio così. Meglio aver il capo intronato dalla politica che fermarsi su quell'altro, orribile pensiero.

Sotto la tettoia lo raggiunse di San Giustino, e lo tirò in disparte. Parlava piano, breve, concitato, nella sorda irritazione prodottagli dai cent'occhi che gli erano piantati addosso.