Non si vedevano da tre anni, e non s'erano lasciati amici. Ma le nuove sventure scancellavano gli antichi rancori.
—Morta?—disse Alberto indovinando il significato di quell'incontro.
L'ingegnere l'abbracciò, salì con lui nello scompartimento.—Coraggio!
E facendo scivolare un biglietto da dieci lire nella mano del conduttore che rinchiudeva lo sportello, accompagnò l'atto eloquente con una raccomandazione sussurrata a bassa voce:—Procurate di lasciarci soli.
—Morta?—ripetè Varedo.—Quando?
—Iersera… Dopo le sette e mezzo… Era tardi per telegrafarti a Roma… Si poteva, lo so, telegrafar lungo la via… Ma per dar questa notizia era meglio che venisse qualcheduno… E son corso alla stazione appena in tempo di prendere il diretto delle 8.15… A Pisa non era possibile d'arrivare…. A Spezia ero già da due ore…
Alberto chinò la fronte.
—Dev'esser stato un peggioramento improvviso—egli disse dopo una breve pausa.—Quando son partito io da Torino, il medico mi aveva assicurato che non c'erano pericoli…. Pregai la mamma d'affrettarsi, unicamente perchè tenesse compagnia a Diana.
—A noi—soggiunse lo zio Gustavo—fece subito un'impressione penosissima. Io non l'avevo vista, fuori che in fotografia, ma mia sorella se la ricordava florida, vispa, sana, l'anno scorso a Belgirate.
—Era un bocciolo di rosa—gemette Varedo.—Sino a pochi mesi fa… sino al momento in cui s'ammalò a Roma. E pure io speravo sempre… A quell'età… E nemmeno le ultime lettere di Diana, nemmeno le lettere della mamma lasciavan preveder quel ch'è successo.