—Aspettate qualcheduno qui?—domandò Cataldo.
—Un dispaccio aspetto, o qui, o alla Spezia.
Ma a Pisa non c'era niente, e Alberto, ormai solo in vettura, dovette rassegnarsi a un'altra ora e mezza d'attesa. Dalla stazione aveva telegrafato egli stesso a Torino, lagnandosi delle ritardate notizie, confermando il suo prossimo arrivo.
Spuntava l'alba; la tinta grigia della campagna si staccava dalla tinta grigia del cielo; indi le cose andavano via via prendendo forma e colore; un colore prima scialbo, poi più chiaro e più vivo. Tenui vapori lambivano la superficie del mare che, or sì or no, appariva all'occhio tra le piante e i caseggiati della costa tirrena.
Ed ecco Viareggio la cui spiaggia salubre avrebbe fra qualche ora brulicato di vita, e Pietrasanta, e Serravezza, e Massa, e Sarzana, biancheggianti di marmi che nel silenzio dei crepuscoli mattutini davano ai luoghi l'aspetto di cimiteri.
E a guardia del suo golfo ecco Spezia, bella e gagliarda, che sorride dalle sue verdi colline e minaccia dai suoi arsenali e dalle sue rocche munite.
Prima che il treno si fermasse, Alberto Varedo, sporgendosi fuori con mezza la persona, cercava di girar la maniglia dello sportello.
Un signore che già da un pezzo passeggiava sotto la tettoia si precipitò verso di lui.
—Alberto! Alberto!
Più che la fisonomia, Varedo riconobbe la voce. Era l'ingegnere Gustavo Aldini.