—Tutti ne hanno delle disgrazie—mormorò Aldini con voce sorda.
L'altro si risovvenne.—Tu pure. È vero.
Tacquero per qualche minuto. Un'ombra s'era levata fra loro; l'ombra della donna leggiadra che Varedo aveva insultata e di cui Aldini portava il lutto sul volto e nel cuore.
E poco più si dissero fino a Genova, mentre, ansando e sbuffando, il convoglio passava di tunnel in tunnel. Seduti dirimpetto, immersi nei loro pensieri, i due viaggiatori appena alzavano la testa quando nell'intervallo di due gallerie il sole irrompeva nella vettura e si svolgeva dinanzi a loro il panorama incantevole della riviera ligure: il mare azzurro, scintillante; gli scogli neri, dalle forme fantastiche, investiti, schiaffeggiati dall'onda; i borghi industri, popolosi schierati lungo la spiaggia o inerpicati sui monti; le ville, i giardini ove difese dai venti crescevano le palme e fiorivano i cedri.
Entrando nella stazione di Porta Principe, Varedo tirò bruscamente le tendine.
—Se si potesse non esser disturbati…
—Mi sono raccomandato al conduttore… Speriamo…
Non partiva molta gente e non occorse disturbarli. Passando davanti al compartimento chiuso, qualcuno sussurrò:—Ci dev'essere un malato.
I rivenditori di giornali correvano lungo il treno offrendo i fogli del mattino con la caduta del Ministero. Un ragazzo più loquace degli altri gridava tutta una filastrocca:— La Gazzetta del Popolo appena arrivata con gli ultimi telegrammi da Roma. La seduta di ieri. Il gran discorso dell'onorevole Varedo. Centoquindici voti di maggioranza contro il Gabinetto. Notizie recentissime della crisi.
—Dunque—disse Aldini,—hai fatto un gran discorso ieri?