Successe un lungo, lungo silenzio. Tutti e due, di mano in mano che si appressavano alla meta, si sentivano invasi da una tristezza più cupa e profonda.

Alla stazione d'Asti un giornalaio dalla voce stridula e fosca ricantava l'antifona:— La Gazzetta del Popolo con la caduta del Ministero. Il discorso dell'onorevole Varedo.

—Dio, che noia!—borbottò Alberto.

Aldini si sforzò di sorridere.—Sono gl'inconvenienti della gloria.

In quell'ultima ora di viaggio, Varedo fu singolarmente nervoso. Ogni momento si alzava in piedi, mutava posto. A un tratto, si piantò davanti allo zio Gustavo e lo interrogò a bruciapelo.

—Credi che Diana avrà difficoltà a venir subito a Roma?

—Senti—disse lo zio uscendo dal suo riserbo,—s'io avessi a darti un consiglio, ti suggerirei di non prender Diana di fronte, di non opporti oggi a ciò ch'ella desidera.

—E che cosa desidera?—chiese il professore turbandosi in volto.

—Vuol andare a Venezia con la sua mamma.

—Vuol fuggire da me… Le sono diventato odioso… È inutile che tu cerchi d'indorar la pillola… Odioso, è la parola… E quanto tempo vuol rimanere a Venezia?… Un mese?… Due mesi?