—Fidati di noi, Alberto; noi eserciteremo tutta la nostra influenza perchè vi resti il meno possibile… Ora è meglio non toccar questo tasto.

—Ah, capisco—proruppe Varedo.—Diana vorrebbe una divisione amichevole… Ma se presume di avere il mio assenso, s'inganna… Io le proibirò di partire… Io le imporrò di seguirmi…

Aldini non ismarrì la sua calma.—Tu hai la legge per te… hai la forza… Considera se ti giova d'usarne.

—Diana affronterebbe uno scandalo?

—Chi lo sa?… Tu la conosci… Quando ha preso un dirizzone…

—Ma insomma—ripigliò Alberto mettendo nel suo discorso quanto più calore persuasivo poteva,—di che colpe m'accusa?… Come giustificherebbe dinanzi all'opinione pubblica la sua rivolta?… Sono un marito che la maltratta, che la tradisce, che la disonora?… Via, modestia a parte, novantanove donne su cento invidierebbero la sua sorte, sarebbero orgogliose di portare il mio nome… Se, tre settimane or sono, non potei, cedendo alle sue preghiere, restare a Torino, se non potei ieri esserle accanto in un momento supremo della sua vita, o che le paion queste ragioni bastevoli per distruggere una famiglia?… Avrebb'ella il coraggio di sostenere ch'io fossi assente per motivi frivoli?… E la sventura che la colpì non colpisce me pure?… Come mai?… Il dolore che ravvicina sovente due coniugi fra cui le reciproche offese avevano scavato un abisso sarà causa di separazione per noi che non abbiamo nulla di grave a rimproverarci?

Nella naturale rettitudine del suo spirito, Gustavo Aldini era costretto a riconoscere che c'era molto di vero nelle argomentazioni di Varedo. Ma, data l'indole di sua nipote, egli si spiegava altresì la risoluzione manifestata da Diana al letto della bimba agonizzante:—Mi porterete subito a Venezia con voi… L'uomo che per non rinunziare a un trionfo oratorio dimentica i suoi doveri di marito e di padre ha spezzato ogni legame domestico.

Comunque sia, non erano propizi a una discussione nè il luogo, nè il tempo, e l'ingegnere si limitò a dire:—Diana oggi non può essere equanime… Bisogna compatirla.

XXIII.

Dinanzi alla piccola morta.