Alla stazione (perchè si sapeva che Varedo sarebbe giunto con quella corsa) c'erano due o tre colleghi d'Università, un assessore del Municipio un segretario di Prefettura, incaricato di porger le condoglianze e di offrire i servigi del signor commendatore Prefetto, il quale, poveruomo, nell'interregno di due Ministeri, voleva accattivarsi l'animo dei nuovi padroni senza provocar troppo apertamente la collera dei vecchi, capacissimi di colpire, in articulo mortis, un onesto funzionario, e ricorreva perciò al peregrino espediente di essere indisposto.

È inutile avvertire che c'erano pure alcuni reporters di giornali cittadini, occupati a notar nel loro taccuino i nomi dei presenti e i gesti e l'attitudine dell'onorevole.

I personaggi ufficiali e gli amici, con l'aria contrita voluta dalle circostanze, accompagnarono Alberto Varedo fino alla carrozza, non senza mescere all'espressioni del proprio cordoglio qualche discreta allusione alla memorabile giornata di ieri.

—Il suo nome è su tutte le bocche—disse l'assessore municipale.

E il segretario di prefettura, che non era ancora cavaliere, arrischiò una frase più elaborata:—Ella ha dato ieri un grande esempio di virtù civica.

Distribuite le necessarie strette di mano, Varedo salì in fiacre con lo zio Gustavo e fino a casa non aprì bocca.

Nell'andito gli venne incontro singhiozzante, la suocera.

—Oh Alberto, Alberto, che disgrazia!

E soggiunse, accompagnandolo attraverso le stanze impregnate d'un acuto profumo di ginepro:—Se tu fossi arrivato almeno iersera!

—Era impossibile—egli balbettò.—E poi sarebbe stato lo stesso… Nemmeno iersera sarei arrivato in tempo…