—È giusto—assentì Varedo.—Non ora, non qui… Più tardi.

Stettero ancora qualche minuto uno di fronte all'altro, divisi dal letticciuolo ove giaceva la creaturina innocente che, viva, li aveva disgiunti, che, morta non valeva a riunirli.

La signora Valeria passò il braccio sotto quello di suo genero, e lo ricondusse fuori dalla camera.

—Avrai bisogno di un caffè, di una tazza di brodo… Ho fatto preparare nel tuo studio… C'è anche il letto pronto…

E continuò supplichevole:—Permettile di venire a Venezia… Oggi non potrebbe nè restar qui sola, nè andare a Roma che risveglia in lei così tristi memorie… Te la riporteremo noi… spero te la riporteremo guarita.

—Ma io non intendo ch'ella disponga di sè come se io non ci fossi—ribattè Varedo.—Non intendo che mi tratti come un malfattore.

—Devi perdonare all'eccitazione de' suoi nervi—disse la signora Valeria.—Ah se aveste ieri sera confuse le vostre lacrime!… Non ne avrai colpa… non ti giudico… Ma il Signore ha voluto aggravar doppiamente la mano sopra di noi… Mi concedesse egli almeno di riuscire a far sì che vi lasciaste in buona armonia!

Sulla scrivania dello studio Alberto trovò un mucchio di biglietti da visita, di lettere, di fogli, di telegrammi arrivati per lui quella mattina. E mentr'egli prendeva in fretta una cucchiaiata di brodo e beveva un sorso di vino, altri biglietti, altre lettere, altri fogli, altri telegrammi arrivavano via via senza posa. E capitavano pure ambasciate e richieste di colloqui.—A che ora potrebbe l'onorevole ricevere?

—Non rispettano neanche questo giorno!—esclamò, scandalizzata, la signora Valeria.

—Lo vede, mamma, se noi uomini pubblici siamo padroni del nostro tempo.