E nel riaccompagnarla fino alla soglia disse:—Fate tutto voi… Disponete voi… decorosamente… Circa a Bardelli, siamo intesi… Appena viene, mandatemelo.

—E non vuoi riposare?

—Mi butterò vestito sul letto per una mezz'ora.

Di lì a mezz'ora, l'onorevole era in piedi.

Camminando su e giù per la stanza, apriva i giornali, le lettere, i dispacci, gettava nel cestino, o sulle sedie, o per terra le carte inconcludenti; poi, seguitando a camminare, dettava un telegramma, un biglietto a Eugenio Bardelli, che, seduto al tavolino con la penna in mano, aspettava gli ordini. La vita lo aveva ripreso ne' suoi ingranaggi, le superbe promesse dell'avvenire lo distraevano dalle tristezze presenti. Era lui che, di tratto in tratto, diceva una parola di conforto all'altro.

—Si faccia animo… Sia un uomo… Scriva, scriva. Non c'è quanto il lavoro per stordirsi.

Docilmente, Bardelli s'asciugava le lacrime con la manica del vestito e si rimetteva all'opera.

E Varedo pensava che mai avrebbe trovato un segretario così fedele, così devoto, d'una devozione e d'una fedeltà che resistevano a tutte le prove e a tutti i disinganni. Anche lo pungeva il rimorso di non aver fatto per Eugenio Bardelli quello che avrebbe dovuto fare. Non gli aveva conservato il posto d'assistente, non lo aveva appoggiato nei suoi concorsi universitari, non aveva seguito con l'interesse che tanti professori mostrano verso i loro antichi studenti lo svolgersi della sua attività scientifica.

Fu dunque, almeno in parte, l'onesto desiderio di riparare ai propri torti che gli suggerì la domanda:—Bardelli, accetterebbe ella un impiego a Roma?

Colto di sorpresa, il giovine alzò gli occhi mezzo trasognato.