—Intercedere forse?—protestò fieramente Varedo.—Ci vorrebbe anche questa!… No, no, è una faccenda liquidata… Il posto sarà coperto domani da qualcheduno meno superbo e meno scontroso del professorino Bardelli.
—Oh!—replicò l'ingegnere.—Figuriamoci! In Italia i sollecitatori d'impieghi sono legione. Quello ch'è difficile trovare da per tutto è un uomo che per uno scrupolo morale, sia pure ingiustificato, sacrifica il proprio interesse.
—Tu lo approvi?
—Lo considero una rarità della specie… Posso anche disapprovarlo; non posso a meno di stimarlo.
—Oh per questo—esclamò Varedo alquanto piccato del linguaggio di Gustavo Aldini—accomodati pure… E se ti fa piacere lo stimerò anche io, ma cesserò d'occuparmi di lui.
Poco dopo Alberto e Gustavo si separarono freddamente. Ogni minuto che passava li divideva di più, dava maggior risalto alle differenze dei loro caratteri, ravvivava la vecchia antipatia, i vecchi rancori… Restando ancora insieme, avrebbero finito col trovarsi uno di fronte all'altro in aperta ostilità, come circa tre anni addietro, in quella calda sera di luglio, sulla terrazza del Lido.
Varedo prese il primo treno diretto per Roma. Aldini tornò all'albergo ov'era disceso venendo a Torino, e ove s'era sempre tenuto una camera benchè nelle ultime notti della malattia di Bebè egli dormisse in casa di sua nipote.
—Mi prepari il conto—egli ordinò al direttore dell'albergo.—Parto stasera.
—Per Modane alle 23.25?—chiese il direttore che credeva esser questa la sua direzione.
—Glielo saprò dire più tardi.