L'ingegnere Aldini si divertiva un mondo a percorrere le vie di Torino a braccetto di questa nipote ch'egli teneva in conto di figlia e verso la quale, nonostante le molte dissomiglianze, lo attirava una simpatia ricambiata. Certo che s'erano bisticciati sovente; egli, scettico amabile, l'avrebbe voluta più duttile, più indulgente, meno recisa ne' suoi giudizi; egli, uomo d'ingegno, ma nemico d'ogni pedanteria, l'avrebbe voluta più chiassosa, più spensierata, più giovine insomma. Adesso il gran timore di lui era che il matrimonio con un uomo come Varedo avesse accresciuto i difetti di Diana. E in fatti egli la trovava, più ancora che a Venezia, noncurante del vestito e della persona, inesorabile nel condannare quello ch'ella chiamava il vizio elegante, pronta a correre agli estremi in tutto per amore di logica, onde il rompersi il capo sui volumi di giurisprudenza e di sociologia le appariva una conseguenza naturale dell'aver sposato un giureconsulto e un sociologo. Ma ella conservava intatte, e quest'era un conforto per lo zio, la sua bontà, la sua rettitudine, la semplicità de' suoi modi schietti e affettuosi. Quand'ella gli camminava a fianco, a passo rapido, in quelle giornate fredde, limpide, asciutte, e le guancie le si coloravano d'un vivo incarnato, e gli occhi le splendevano giovanilmente, egli s'illudeva che fossero tornati i bei tempi in cui strappando la fanciulla ai suoi maestri, al suo pianoforte, a' suoi libri, l'accompagnava al Lido a coglier fiori e a raccattare conchiglie… Anche ora egli la strappava alla stanza chiusa, alle carte polverose, alle occupazioni indigeste… perchè doveva egli ripartir così presto?… Ma forse era meglio. Egli non avrebbe potuto risparmiare a lei le sue osservazioni, a Varedo i suoi frizzi, e avrebbero finito con guastarsi…. E poi era evidente;… Varedo consentiva a lasciargliela perchè si trattava di pochi giorni; in caso diverso nè egli avrebbe rinunziato alla sua preziosa collaboratrice, nè ella avrebbe voluto disertare il suo posto. Già di tratto in tratto le venivano degli scrupoli.—Mi dispiace di non aver corrette io quelle bozze.—Oppure:—Povero Alberto! Ha da faticar per due oggi.
Lo zio Gustavo perdeva la pazienza.—O che razza di gente siete?… È come se aveste una dozzina di figliuoli e vi mancasse il pane da mettervi alla bocca… Non ho rimorsi, ho lavorato anch'io tutta la vita, e non per questo mi son voluto privar dell'aria, del sole, della compagnia de' miei simili.
—Belle parole!—ribatteva Diana.—Ma se tu avessi assunti degl'impegni!… Se tu avessi un programma scientifico da svolgere, un apostolato da esercitare!
—Questi sì che son paroloni—pensava Aldini. Ma si contentava di tentennare il capo in silenzio.
Ella enumerava con mal celata compiacenza le occupazioni molteplici di suo marito. In primis, la cattedra; poi la direzione di fatto (chè il direttore di nome era vecchio e malaticcio) della Rassegna giuridica; poi gli articoli per altre Riviste italiane e straniere; poi le lettere da scrivere (almeno una mezza dozzina al giorno); e in fine la grande opera sul Dovere, di cui la conferenza di Venezia aveva tracciato le linee generali e che Varedo si proponeva di dar compiuta agli editori entro un paio d'anni… insomma un cumulo di roba da spaventare chi non avesse avuto la fibra, l'energia, la potenza di applicazione d'Alberto.
—Ah—conchiudeva Diana—quando penso ai bei damerini che perdono il loro tempo a correr dietro alle signore, a organizzar gite di piacere, a diriger quadriglie e cotillons!… Che concetto hanno costoro della vita?
Aldini sorrideva maliziosamente.—Non ne hanno. Vivono alla meno peggio. E forse i savi son loro.
—No—protestava la nipote scandalizzata.—Lo dici per farmi arrabbiare.
—Parlo sul serio… È tanto difficile averlo giusto questo concetto della vita che può esser sapienza il non averne nessuno. « Salvate, oimè, le membra—Dal tarlo del pensiero. »—Ricordi questi versi?
—Oh, dei versi e delle sentenze ce ne son per tutti.