Accolto da applausi, giunse Alberto Varedo, vide i Nocera e durò fatica a reprimere un moto di dispetto.

L'Adelaide, che s'era accorta della sorda ostilità del professore ma non disperava di vincerla, gli si fece incontro con le mani tese.—Ci perdona l'invasione? A Venezia, d'estate, se si vuol trovarsi, bisogna venire al Lido… E io desideravo di star un'oretta con Diana… Così ho scritto alla Valeria che, se non aveva nulla in contrario, avremmo preso parte al pranzo anche noi.

—Anzi, è un piacere—disse Varedo. Le parole erano cortesi, ma l'accento era gelido.

—Ecco il risotto!—gridò Gustavo Aldini.

Secondo le sapienti disposizioni dell'ingegnere le sedie erano collocate soltanto a tre lati della tavola lunga e stretta, di modo che nessuno voltasse le spalle al mare. Sul lato più lungo sedeva la signora Valeria tra il cavalier Duranti, che aveva alla sua sinistra Diana, e il cavalier Nocera, che aveva alla destra la signora Susanna Duranti. Gli altri quattro commensali occupavano, fronteggiandosi, i due lati minori; da una parte la signora Adelaide e Gustavo Aldini; dalla parte opposta il professore Varedo e la signorina Duranti.

Questa che, dopo il matrimonio di alcune amiche più giovani di lei, era diventata dura e spinosa come un vecchio carciofo, principiò subito a malignare.

E poichè Varedo osservava che quell'abbondanza di fiori avrebbe fatto credere a un banchetto di sposi—Oh—disse la ragazza—in questo caso gli sposi sarebbero loro due… Ma non s'illudano… Quei fiori non sono nè per Diana, nè per lei; sono per un'unica persona che, proprio, non è una sposina… Ma dopo tutto, beate le civette!… E beati quelli, uomini e donne, che dimenticano la loro età!

Aizzato dalla sua vicina, Alberto Varedo sbirciava di tanto in tanto suo zio e l'Adelaide Nocera che non eran certo i più giovani, ma erano i più giovanilmente allegri e vivaci dei commensali. E la riprovazione ond'egli, puritano, colpiva ogni intrigo galante, si esacerbava per un sentimento di diversa natura. Non era, non voleva essere invidia; era una tacita protesta contro le ingiustizie della fortuna, così liberale verso gli esseri frivoli, così avara verso coloro che hanno un alto, austero concetto della vita.

Qualche cosa di simile passava intanto nell'anima di Diana. Ascoltando distratta il cavaliere Duranti che vantava i servigi da lui resi allo Stato quand'era intendente di finanza, ella guardava gli occhi luminosi e ridenti dell'Adelaide Nocera, la quale doveva essere avvezza a udire ben altri discorsi. E cercava di farsi un'idea dell'esistenza di queste donnine amabili e spensierate che attirano gli uomini come il miele attira le mosche e che volgono le forze del piccolo ingegno a un unico fine, quello di piacere. E come vi riescono! Come riescono a essere tollerate, accettate anche dalla gente rispettabile! Ecco per esempio l'Adelaide Nocera che nessuno credeva un fiore di virtù e che pur tutti andavano a gara per festeggiare. La mamma di lei, di Diana, non la considerava una delle sue migliori amiche? Non aveva pur dianzi preso calorosamente le sue difese? La signora Duranti, così facile a scandalizzarsi, non la trattava con cordialità, non ne frequentava, in compagnia della figliuola, il salotto? È vero che quelle femmine trovan dei mariti stampati a posta per loro, dei mariti i quali han l'aria di dire:—Se siamo contenti noi, o chi ha il diritto di far lo schifiltoso?

Il consigliere Nocera era il tipo di questi cinici ignobili. Era lui, proprio lui che quella sera a pranzo portava in campo certe storielle scabrose d'infedeltà coniugali, e da un capo all'altro della tavola dava nomi e cognomi, e date e luoghi e particolari minuti, e fingeva di non sentire i richiami della sua vicina Duranti, e rideva sguaiatamente delle sue grasse facezie.