V.

Nel travaglio del parto.

Una lampada a petrolio sul cui globo era accomodata una ventola di cartone proiettava un cerchio luminoso sulla tavola piena di carte e di libri. In quel cerchio spiccava la testa, già accennante a un principio di calvizie, del professore Varedo, e la sua mano si moveva di quà e di là per prendere ora questo volume ora quello. Il rimanente della stanza era nell'ombra. Di tratto in tratto il professore si alzava dalla sedia, si accostava all'uscio, tendeva l'orecchio, poi tornava al suo posto e si rimetteva al lavoro. Si capiva però ch'egli non era tranquillo e non lavorava con la solita lena. Nella camera nuziale, che il salotto da ricevimento e il salottino da pranzo dividevano dallo studio, sua moglie era nel travaglio del parto. Aveva cominciato a sentir le prime doglie alle cinque del pomeriggio, e benchè non vi fosse la minima complicazione le cose procedevano con lentezza.

—Ci vorranno altre quattro o cinqu'ore—aveva detto la levatrice ad Alberto l'ultima volta ch'egli verso le undici, era venuto a veder sua moglie. E, poichè a questa notizia egli s'era lasciato sfuggire un gesto d'impazienza, Diana sforzandosi di sorridere, aveva sussurrato dolcemente:—Se dipendesse da me!

E la signora Valeria, riaccompagnando il genero fino all'uscio dello studio, aveva soggiunto:—È meglio che tu cerchi di dormire…. A suo tempo ti chiameremo.

Il letto era stato improvvisato nella camera da studio, liberando un divano dai libri che l'ingombravano e che adesso erano sparpagliati sulle sedie o ammonticchiati negli angoli.

Ma Alberto Varedo non seguì il consiglio della suocera. Voleva finir l'esame d'un pajo d'opere nuove che s'era fatto mandar dalla biblioteca della Scuola, voleva terminar la correzione di certe stampe speditegli dagli editori due giorni innanzi. Quest'ufficio di corregger le stampe Diana l'aveva conservato anche durante la gravidanza, e le prime cartelle delle bozze che Varedo esaminava erano state riviste da lei la mattina stessa. Ora Alberto pensava che per un bel pezzo neanche questo piccolo aiuto egli avrebbe potuto aver da sua moglie. Meno male che c'era Bardelli.

Ed era appunto di Bardelli, del nostro amico Eugenio Bardelli, la timida voce che, di dietro l'uscio chiuso, domandava:—È permesso?

—Avanti!—gridò il professore.

E soggiunse:—Non l'ho sentito nè sonare il campanello, nè camminare. È entrato pel buco della serratura?