Che se Alberto la rimproverava di esagerare, ell'aveva la risposta pronta:—In fatto di dovere, melius abundare quam deficere; l'hai detto tu, in un latino che capisco anch'io. Tu fai il tuo dover di professore, di scienziato, io faccio quello di buona mamma.
Sarebbe stato facile di replicare che nella vita i doveri son molti e che l'essenziale è di saperli conciliare, mentre a prenderne troppo in epico uno solo si rischia di mancare agli altri; ma Alberto Varedo non aveva neppur lui un concetto abbastanza limpido del rapporto esistente fra i vari doveri per dare una risposta così semplice e naturale; anch'egli era propenso a considerar come tali soltanto quelli che convenivano a' suoi gusti e a' suoi fini, e la distinzione fatta da Diana implicava in favor suo un certo grado di libertà che non gli tornava sgradito.
Ond'egli si limitava a borbottar qualche parola e lasciava cadere il discorso.
Fu appunto in quel tempo, fra il sesto e il settimo mese di Bebè, quando l'apparizione del primo dente in bocca alla figliuola era salutata da Diana come il primo apparir della terra dai compagni di Cristoforo Colombo, fu appunto allora che il professore Alberto Varedo veniva sollecitato all'adempimento d'un nuovo dovere, quello di servir la patria nella politica.
Rimasto vacante per la morte d'un deputato un collegio della provincia di Cuneo, gli elettori pensaron a lui e delegarono una Commissione di notabili a offrirgli la candidatura nei termini più lusinghieri. Sarebbe stato singolarissimo onore pel collegio l'essere rappresentato da un uomo di tanto merito, un uomo che, così giovine, era già una gloria dell'Università, uno spirito liberale, un parlatore facondo, un luminare degli studi giuridici, ecc., ecc. La verità si era che il collegio constava di tre frazioni in lotta fra loro, nessuna delle quali era capace di far riuscire il candidato del suo cuore, nè rassegnata a lasciar trionfare il candidato d'una delle frazioni rivali. Bisognava quindi cercar uno che non fosse della provincia, meglio ancora che non fosse della regione, e Alberto Varedo possedeva questo prezioso requisito.
Già più d'una volta era balenata alla mente di Varedo la possibilità di entrare presto o tardi nella vita pubblica. Più d'una volta, al Caffè Romano, in quei crocchi di neo-professori ove si parlava d'arte, di letteratura, di filosofia, di matematica et de omnibus rebus, egli aveva difeso la politica contro gli attacchi furibondi di alcuni colleghi.
—La politica guasta tutto ciò che tocca—urlavano quelli.—Sciupa gl'ingegni e annebbia le coscienze.
—Il nostro Senato è un ospizio d'invalidi, la nostra Camera è un immondezzaio—soggiungevano i più arrabbiati.
Ma egli, senza scomporsi, sosteneva che quanto più basso era caduto il Parlamento italiano tanto più era necessario di rinnovarlo, di purificarlo con elementi incontaminati.
—O che poni la tua candidatura?