Battè due colpi con la palma sulla rotella del ginocchio e soggiunse:—A me nessuno osa dar molestia… E poi, creda a me, madama Inverigo, quando una donna ha un certo contegno…

Terminò d'infilarsi un paio di grossi guanti di lana, alzò il bavero della pelliccia, e uscì con passo marziale.

Eugenio Bardelli, sgattaiolò per proprio conto.

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Rientrando nella sua camera da studio, Alberto ebbe l'ingrata sorpresa di trovarsi in un'atmosfera densa ed irrespirabile. La lampada a petrolio s'era spenta; il fungo formatosi in cima allo stoppino mandava un chiarore rossastro. Il professore dovette spalancare la finestra, posar il lume sul davanzale, e lasciar aperto per qualche minuto. Era una notte di marzo limpida e fredda; il termometro all'esterno segnava otto gradi sotto zero; i tetti, bianchi di neve, scintillavano ai raggi della luna. Non saliva dalla strada suono di passi o di voci. Allorchè Varedo si decise a rinchiudere i vetri, anche la stanza era una Siberia, ed egli, messosi a letto, non potè dormire nè riscaldarsi per quanto si coprisse. Prima dell'otto era in piedi, starnutando e tossendo. E queste furono per lui le prime dolcezze della paternità.

VI.

Nuovi orizzonti.

L'avevano battezzata per Valeria, ma, poichè il nome pareva troppo solenne, preferivano, fin che era piccola, di chiamarla Bebè. A sei mesi ell'era piuttosto brutta che bella, piuttosto cattiva che buona, e spiegava istinti voraci ch'esaurivano il petto materno e costringevano a ricorrere all'aiuto del latte di capra, delle pappe e degli zuccherini, di cui la bimba era ghiotta fuor di misura, tanto da strillar di gioia quando glieli davano e da strillar di rabbia quando non volevano ripeterglieli. Del resto, indipendentemente dagli zuccherini, quegli strilli da pavone empivano spesso la casa, e il professore, turandosi gli orecchi, urlava da una camera all'altra alla moglie:—Per carità, falla tacere.—Ma Diana si maravigliava della estrema suscettibilità del marito, e domandava ingenuamente:—O che disturbo ti dà?… A ogni modo, chiuderò anche quest'uscio.

E, pif paf, si sentiva il rumor d'un'usciata, che aveva il significato dispettoso d'una protesta. Tuttavia i due coniugi vivevano in passabile accordo. Ella si sforzava di consacrare ad Alberto le ore che l'eran lasciate libere dalla figliuola e gli ricopiava qualche pagina di manoscritto, gli correggeva qualche bozza di stampa; egli dal canto suo cercava coscienziosamente di far vibrar dentro di sè le corde ribelli della paternità, e di tratto in tratto consentiva a prender Bebè sulle ginocchia, e ad ammirarne le riposte bellezze. Ma era una disdetta. La piccola non poteva star due minuti col suo babbo senza rendersi colpevole di infrazioni più o meno gravi alle regole della creanza; allora il professore, inorridito, restituiva il dolce pondo a Diana che si metteva a ridere, e, ridendo, lo faceva arrabbiare.—O, vorresti pigliar queste cose in tragico?—diceva lei. E Varedo, di rimando:—Sarebbe ben meglio che tu la lasciassi con la bambinaia.—Meno che posso gliela lascio—ribatteva Diana.—Le madri devono badar esse ai loro figliuoli.

Quel famoso dovere ch'era stato per tanto tempo ed era ancora, come direbbero i vagneriani, il leit-motiv dei discorsi di Varedo, aveva trovato in Diana un terreno propizio per fruttificare. E innestandosi adesso sull'amore vivissimo ch'ella portava a Bebè dava a quell'amore quasi la rigidezza d'una disciplina militare. Alla massima generica e indiscutibile che le mamme devono occuparsi personalmente della loro prole si aggiungevano altri precetti particolari che la giovine sposa non avrebbe trasgrediti per tutto l'oro del mondo. Così per esempio ell'aveva voluto continuar ad allattare benchè l'allattare la estenuasse; così ella non cedeva a nessuno l'ufficio di fare ogni mattina il bagno alla bimba; così ella s'imponeva la regola di uscir pochissimo di giorno se non poteva portar seco Bebè, e di non uscir mai la sera nemmeno se Bebè dormiva tranquillamente. Non doveva ella invigilarla sempre? Non doveva esserle accanto se si svegliava?