—Badi—disse Diana,—Bebè le ha slacciato il nodo della cravatta.

—Oh, Bebè è un pessimo soggetto—rispose l'assistente celiando.—Ora gliela riconsegno…. Va dalla mamma, Bebè, va dalla mamma.

E liberatosi dal prezioso fardello, il professorino si accomiatò dalla Varedo.—Corro subito al telegrafo.

—Grazie Bardelli, grazie…. E scusi di tutto. Spero che Alberto sarà contento della notizia che gli dò… E chi sa che quando riceve il mio dispaccio non me ne mandi uno anche lui.

Ma il dispaccio non capitò. Capitò invece il dì appresso una lettera lunghissima in cui Varedo si diffondeva con infinita compiacenza a descrivere l'effetto prodotto dal suo discorso riportandone alcuni motti arguti, alcune frasi ch'erano state più applaudite, e riferiva i complimenti fattigli dal Presidente della Camera, dai Ministri e da parecchi Deputati autorevoli. Infine egli invitava Diana a leggere i vari giornali ch'egli le spediva sotto fascia, giornali amici e avversari, constanti, gli uni con schietta soddisfazione, gli altri con noia mal dissimulata, il bel successo del nuovo oratore.—«Leggi specialmente la Tribuna —egli le scriveva—ove c'è il miglior sunto del mio discorso.» Varedo finiva coll'annunziare a sua moglie che di lì a due o tre giorni, dopo una votazione a cui egli non poteva mancare, sarebbe tornato per qualche settimana a Torino. A Bebè era appena consacrata una riga a piedi del foglio: Un bacio a Bebè.

—Non aveva ancora ricevuto il telegramma—disse Diana per scusar suo marito.—La lettera di domani sarà ben differente.

E per debito di buona moglie intraprese la lettura dei fogli che Alberto le aveva trasmessi, soffermandosi specialmente sulla Tribuna la quale portava un più ampio resoconto parlamentare. Bello senza dubbio il discorso, interrotto spesso da approvazioni e da applausi segnati fra parentesi in corsivo; bello, ma non tale che riuscisse ad appassionare, ad interessare Diana Varedo.—Sarà l'argomento—ella pensava.—Tuttavia pensava altresì che un tempo, nei primi mesi del loro matrimonio, nessun argomento trattato dal suo sposo le sarebbe parso poco interessante; ch'ella si sforzava, e non senza frutto, di rendersi famigliari gli studi di lui, che andava superba di fargli da segretario. O perchè era mutata adesso? Lo amava meno, o la maternità aveva limitato gli orizzonti del suo spirito, le aveva fatto parer vana ogni curiosità e ogni ricerca intellettuale? Certo si è che quand'ebbe finito di scorrere i giornali e potè tornar ad occuparsi di Bebè, ella ebbe il movimento di gioia dello scolaro al rintocco del campanello che annunzia la ricreazione. Tanto più che Bebè, in dodici ore, aveva fatto progressi maravigliosi. Non solo diceva ormai mamma a tutto pasto, ma mostrava le migliori disposizioni ad arricchire di nuove parole il proprio vocabolario.

Comunque sia, nei pochi giorni che precedettero l'arrivo di Alberto, Diana rifece parecchie volte il suo esame di coscienza, confessandosi in gran parte colpevole dei mutati rapporti fra lei e suo marito. Troppo lo trascurava, troppo lo metteva in seconda linea, dacchè un nuovo sentimento imperioso, dispotico, esclusivo aveva preso possesso del suo cuore. Eppure, se questo sentimento era potuto nascere in lei e recarle tanta dolcezza ella ne andava debitrice al suo sposo, come a lui andava debitrice, se non degli agi della sua vita, della stima, del rispetto ond'era circondata. Non doveva ella dunque mostrargliesene riconoscente? S'egli era assorbito da' suoi studi, dalle sue occupazioni parlamentari, se nelle lotte politiche, insieme a poche compiacenze d'amor proprio, raccoglieva una larga messe di fastidi e di note che di tratto in tratto turbavano l'equanimità del suo carattere, non era tanto più necessario che in casa sua egli trovasse accoglienze festose e amorevoli? Invece, Diana se ne ricordava con sincero rammarico, nelle brevi gite di Alberto a Torino, ella, impermalita forse di non vederlo abbastanza espansivo con lei e con Bebè, finiva col chiudersi in un silenzio dispettoso e con l'evitare a bello studio gli argomenti che soli avrebbero avuto la virtù di alimentare i loro colloqui. Indi era accaduto più volte che, tranne all'arrivo, alla partenza, e all'ora di desinare, si fossero appena visti, che, in tre o quattro giorni, non avessero scambiate che poche parole.

Questa volta non sarebbe stato così. E, in primo luogo, ella non si sarebbe limitata a semplici congratulazioni circa al famoso discorso; ne avrebbe parlato ad Alberto con conoscenza di causa, perchè lo aveva tanto letto e riletto nei sunti ch'egli gliene aveva spediti da poter ripetergliene a memoria l'esordio e la chiusa quali erano riprodotti nella Tribuna. Ma quest'era un'inezia di fronte al programma ambizioso ch'ell'agitava in mente. Non più sfinita dall'allattamento e dalle veglie, Diana voleva riconquistar presso suo marito il posto che s'era lasciata portar via dagli altri, da Bardelli per esempio ch'era divenuto un po' troppo l'uomo indispensabile della casa. Non lo faceva per secondi fini, povero Bardelli, non lo faceva per darsi importanza; era sinceramente affezionato al suo professore, a lei, a Bebè; tuttavia con prudenza, con delicatezza, bisognava moderarne lo zelo…. Ed era così buono, così giudizioso ed equanime da capir subito la ragionevolezza di ciò che gli si domandava.

In fine, nel suo momentaneo ottimismo, Diana si teneva sicura d'aver un'alleata in Bebè. Bebè era per lei la tiranna, era, per Alberto, la rivale, la Bebè aveva, appunto negli ultimi giorni, imparato a dire papà, e questa parolina doveva, come una chiave magica, aprirle il cuore del babbo…. E allora quanti malintesi sarebbero tolti di mezzo!