Ordinò all'Irene di metterla giù, di farla camminare sul marciapiede.
Ma Bebè, con l'ostinazione della sua età, seguitava a voler Bardelli e a ripetere il motto incriminato:—Papà, papà.
Oh insomma—disse Diana strappando alla bambinaia la piccola riottosa e redarguendola severamente—insomma, Bebè, se sei cattiva ti mando a casa. Hai capito? E soggiunse:—Mi faccia il piacere, Bardelli, vada da un'altra parte… Finch'è qui lei, Bebè non si cheta… È venuto anche lei per aspettar Alberto naturalmente?
—Già—rispose il giovine senz'avvertire il fondo d'ironia che c'era in quel naturalmente.
—Ebbene, ci ritroveremo più tardi… Vada, adesso vada…
—Vado, vado—disse il docile Bardelli. E si allontanò pensando forse che le donne hanno l'umore molto variabile.
Intanto, toccandosi rispettosamente il berretto, si presentò il cavaliere Luini, capo-stazione, che, come Diana aveva notato, la salutava con tanta maggior deferenza quanto più in credito saliva Varedo alla Camera.
—L'onorevole arriva col direttissimo delle 10.13?—egli disse, guardando l'orologio.
—Appunto. C'è ritardo?
—Nossignora—rispose il cavaliere.—Ma non sono che le 10… Desidera accomodarsi?