Così Diana rientrò sconfidata nella casa che aveva lasciata un pajo d'ore addietro piena di liete speranze, sedette senz'appetito alla tavola che aveva voluto apparecchiar con le sue mani prima d'uscire e ove aveva preparato un posticino per Bebè fra lei ed Alberto. Ma il posticino rimase vuoto, perchè Bebè, lungi dal mostrarsi degna dell'altissimo onore, seguitò a far capricci, e fu forza consegnarla all'Irene che se la portasse via.

In luogo di Bebè c'era Bardelli a cui Alberto tra un boccone e l'altro e sfogliando lettere e giornali seguitava a chieder notizie e a dar commissioni.

L'assistente prendeva ogni tanto una nota sul taccuino.

—Povero Bardelli!—pensava Diana.—È una vittima.

E le venne un'idea, l'idea più luminosa che le fosse venuta in quella giornata in cui tutto le andava a rovescio.

—Bardelli, che s'è sognato di dire che ha fatto colazione?… Non può esser vero. Lei non fa mai colazione così presto.

E ordinò che aggiungessero una posata.

—Diamine!—esclamò il professore.—O chi poteva immaginarsi che Bardelli fosse diventato un uomo così cerimonioso?… Mangi, mangi.

Allora Varedo si accorse che sua moglie toccava appena le vivande, e le chiese:—Tu cos'hai?

—Niente, non ho fame.