In fatti, patatrac, l'edifizio precipitò con fracasso sulla tavola e Bebè, rossa in viso ed irritatissima, se la prese coi cubi e cominciò a scagliarli di qua e di là per la stanza.
—O Diana—gridò Varedo—a che cosa badavi?
E con le palme aperte si riparava dai poco pericolosi proiettili.
—Badavo al caffè—rispose tranquillamente la signora, mentre, senza scomporsi, imprigionava nelle sue le manine della bimba.
—Il caffè ce lo manderai nel mio studio—disse l'onorevole levandosi da tavola.—Venga di là, Bardelli. Ripiglieremo in pace il nostro discorso… Non sente che strilli?
Bebè che non s'era potuta sfogare col bombardamento si sfogava urlando come un'ossessa. E nella sua disperazione invocava il soccorso del suo amico Bardelli.— Elli, Elli!
—Se provassi io a quietarla,—insinuò questi, timidamente.
—È matto?—saltò su Varedo.—O che fa la bambinaia, lei?… Venga, venga con me.
I due uomini si mossero, ma Diana li arrestò con un gesto.
—È inutile, Bebè cede il campo. La porto io dall'Irene e torno subito a versare il caffè ch'è bell'e pronto.