— Non frequenta la società? — chiese la Mariannina a don Cesarino, il quale aveva accennato alle sue abitudini quasi claustrali.

— La frequentai per poco, — egli rispose. — Ora non ci vado mai.

— E pure, — seguitò la ragazza, — col suo nome, con la sua posizione tutti devono farle festa.

Egli tentennò il capo.

— Non creda.

Era per don Cesarino un tema penoso. Sì, aveva frequentato la società per due inverni consecutivi quando sua madre sperava che, come altri principi romani, anch'egli si accaparrasse una sposa fra le miliardarie che l'America manda di qua dall'Oceano a scambiare i loro dollari coi titoli della vecchia Europa. E invano le intraprendenti misses gli si erano affollate intorno piene di buona volontà; ma l'audacia della loro flirtation, anzichè ingalluzzirlo, lo aveva sgomentato, aveva cresciuto la sua ripugnanza per le femmine in genere, aveva acuito il suo desiderio di non incontrar sul suo cammino nessuna di queste creature fragili e perverse. Ed egli aveva attraversato un periodo d'esaltazione religiosa durante il quale sua madre e monsignor de Luchi avevano avuto un bel da fare a impedirgli d'entrare in un chiostro. Oggi non gli pareva di esser più quello, e mentre camminava a fianco della bella semita e sentiva sotto il suo braccio la molle pressione del braccio di lei, gli si trasfondeva nel sangue un ardore che le superbe americane non avevano saputo comunicargli, un ardore fatto di spasimi e di voluttà, che gli dava, insieme con vaghi terrori ascetici, un'inusata baldanza, una coscienza nuova di potere e di forza.

Vedendolo preoccupato, la Mariannina taceva.

— Perchè tace? — domandò Cesarino. — L'ascolto così volentieri! Ha una voce così dolce.... Dovrebbe cantar così bene!

— Oh, no davvero.

— Conosce la musica però?