— Ero io.
Pochi passi più avanti, la principessa Olimpia, discorrendo con monsignor de Luchi e con la signora Rachele Moncalvo, rievocava il tempo nel quale il giardino, molto più ampio, si stendeva ov'era adesso la strada.
— Quando hanno rovinato la nostra Roma con le loro fabbriche, — ella disse, — ne hanno preso una parte, appunto quant'è larga la loro via Nazionale.... Abbiamo dovuto rifare il muro di cinta a livello della torre che una volta s'innalzava isolata in mezzo al parco. E allora vi si saliva nel pomeriggio per prendervi il fresco, e tutto intorno era una bellezza di verde.... palme, quercie, cipressi, ed era una fragranza di fiori, perchè di là dal nostro giardino ce n'erano altri, e poi altri ancora, e non si vedevano queste brutture, nè si avevan gli orecchi assordati da questo fracasso di tram e di automobili.... La sera regnava un gran silenzio, rotto solo dal canto dei grilli.
La signora Rachele, benchè inorridita all'idea di quel mortorio, finse di andare in estasi.
— Certo doveva esser molto più poetico.... Però dentro questo ricinto si è come fuori del mondo.
— Mai abbastanza, mai abbastanza.
— Bisogna pure adattarsi a vivere in questo mondaccio, — obbiettò monsignore.
— Lo sappiamo che lei ci si è adattato anche troppo, — disse la Oroboni tra scherzosa e severa.
La signora Rachele si ricordò di certe allusioni di suo marito. Pareva che monsignor de Luchi avesse qualche peccatuccio sulla coscienza, qualche infrazione a uno dei voti pronunziati nell'abbracciare il sacerdozio.... Ma chi si salva dalla calunnia? Perfino dell'austera principessa Olimpia si voleva far credere che in gioventù avesse avuto le sue debolezze....
E la Rachele Moncalvo era dispostissima a crederlo, trovandovi una scusa alle sue scappatelle recenti, concludendo che nella high life tutti fanno lo stesso, e deplorando sempre più di non esser cattolica per non poter di tratto in tratto aggiustare i conti con Domeneddio.