— Le voglio tanto bene, — balbettava il giovine, rosso, infiammato in viso.

— Tss! — fece ella portandosi l'indice alla bocca.

E si liberò per raggiunger la madre.

Mentre questo accadeva in giardino, nel salotto terreno, di dove i visitatori erano usciti, il servo Plinio s'indugiava a raccogliere le tazze di cioccolata per metterle nel vassoio e riportarle in cucina. Evidentemente egli avrebbe voluto parlare, ma non osava.

Donna Olimpia, ch'era sprofondata nella poltrona, immersa nei suoi pensieri, si scosse all'acciottolìo delle porcellane e ammonì:

— Abbiate riguardo.... è l'ultimo servizio di vecchio Sassonia che ci rimane.... Che c'è? — ella soggiunse udendo come il suono d'un gemito represso.

Plinio non rispose; la principessa che aveva l'animo esulcerato si lasciò scappare una frase ingiusta e cattiva:

— Eh, chi sa che fra poco non possiate riscuotere i vostri arretrati di salario.

A quest'offesa, che inchiudeva una vaga conferma dei gravi avvenimenti temuti, l'antico domestico traballò come se avesse ricevuto una mazzata sul capo; ebbe appena la forza di deporre sul tavolino il vassoio carico delle sue tazze (e se il vassoio non si rovesciò, bisogna credere che c'è un Dio anche per le porcellane di Sassonia) e si precipitò, singhiozzando, fuori della camera nella quale irruppe con impeto uguale e quasi contemporaneamente don Cesarino.

— Mamma, mamma, — esclamò il giovine principe, gettandosi ai piedi di donna Olimpia e stringendole le ginocchia: — la voglio, la voglio.